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1794

Erik nasce nella seconda metà del Settecento in una antica e nobile famiglia svedese, i Tre Rosor. Vivono in una grande tenuta di campagna, lontano dal caos e dagli intrighi di Stoccolma. La madre è morta nel darlo alla luce: nonostante avesse già un bambino di sette anni, Jonas, e nonostante alcuni aborti spontanei e l’età non più giovanissima sconsigliassero assolutamente la gravidanza, la donna – che mal tollerava l’isolamento voluto dal marito e rimpiangeva la vita di città – aveva deciso con cocciutaggine di avere un altro figlio. L’infelice nascita di Erik ha segnato in modo funesto la relazione tra lui e il padre, che sostanzialmente evita con cura – con un dolore profondo mascherato da disagio – quel bambino goffo e dalla salute cagionevole che somiglia come una goccia d’acqua alla sua sposa perduta. Passano gli anni e tra l’infelice Erik e l’eterea Linnea Charlotta, figlia di un fedele mezzadro del padre, nasce un’amicizia che veloce si trasforma in un amore travolgente e i due ragazzi promettono l’un l’altra di sposarsi appena possibile. La differenza sociale è apparentemente incolmabile, ma Erik sa che sarà suo fratello Jonas a ereditare la tenuta paterna e a lui resterà solo di che vivere, senza troppi vincoli sociali. Quando però la notizia della relazione tra Erik e Linnea Charlotta giunge all’orecchio del padre di lui, l’uomo lo convoca e gli fa una bella ramanzina. Se vuole tenersi la ragazza come amante, nulla in contrario, ma un matrimonio è fuori discussione: “Nessun Tre Rosor impalma la figlia di un contadino”. È furioso: quel figlio gli ha portato via la moglie amata, l’ha “lacerata dentro” e cosa fa adesso per ripagare quel debito? Vuole buttare vita la sua vita e la sua fortuna per una pezzente che non vede l’ora di mettere le mani sul suo patrimonio. Perciò il padre comunica a Erik, che nel frattempo ha quindici anni, che lo manderà a lavorare a San Barthelemi, la nuova colonia svedese nei mari del Sud, fino al compimento della maggiore età. Sicuramente gli anni passati oltremare gli scacceranno i grilli dalla testa, conoscere il mondo fuori dalla campagna svedese lo farà tornare alla ragione e gli farà dimenticare Linnea Charlotta. Con la morte nel cuore e la testa piena di rabbia, Erik saluta la ragazza rinnovandole la sua promessa di eterno amore e si prepara a partire per San Barthelemi sulla nave “Concordia” in compagnia del cugino Johan Axel…

Per il sequel del corrusco, morboso e potente 1793, sorprendente romanzo d’esordio del giornalista svedese di aristocratici natali Niklas Natt Och Dag (fascinoso cognome che in italiano suonerebbe “Notte e Giorno”), le insidie in agguato erano molte. Il rischio di farsi venire la tentazione di appiattire le complessità stilistiche e schiarire le ombre narrative del primo romanzo di quella che ora si annuncia come una trilogia in nome di una maggiore appetibilità commerciale era concreto. Se possibile invece l’autore sforna con questo 1794 un libro ancora più ambizioso e rigoroso del precedente, assai lontano dal format di “giallo storico” in cui invece ostinatamente molti recensori distratti e le quarte di copertina vogliono rinchiuderlo. Per essere chiari: la richiesta d’aiuto della madre di Linnea Charlotta Colling al colossale sbirro monco Micker Cardell e all’alcolizzato Emil Winge, fratello del defunto procuratore coprotagonista di 1793, che viene presentata da quasi tutti come evento di partenza del romanzo, arriva solo a pagina 156. Per essere ancora più chiari: l’indagine sul massacro che ha distrutto la vita di Erik Tre Rosor non è affatto centrale nella trama e anzi il colpevole – un villain davvero spaventoso, eppure a suo modo fascinoso – si intuisce/scopre molto presto. Il cuore del libro è un altro, assai diverso, e lo ha spiegato in un’intervista a “Büchermenschen” lo stesso Niklas Natt Och Dag: “È il conflitto tra due forme di irragionevolezza, con Rousseau da una parte e de Sade dall’altra. Entrambi concordano sul fatto che la ragione non è la principale forza trainante dell’umanità e che la società che trova lascia molto a desiderare. Rousseau conclude che l’uomo è naturalmente buono ma è stato corrotto dalla società. Il marchese de Sade crede il contrario: i mali della società non sono altro che un riflesso della nostra vera natura”. La Città tra i Ponti del romanzo è una Stoccolma plumbea e perplessa (il 1794 verrà ricordato come “l’anno del ferro”), in cui il reggente Gustaf Adolf Reuterholm ha vietato l’utilizzo di ricami, sete e tessuti colorati e il consumo di caffè. La Gustavia – capitale di San Barthelemi – dove viene sbattuto Erik Tre Rosor e dove il malvagio e sfigurato Tycho Ceton esercita la sua funesta, letale libidine invece è una cittadina insalubre e pericolosissima, in cui la schiavitù e la morte rappresentano una pigra quotidianità. Niklas Natt Och Dag ci racconta entrambe con talento, passando senza soluzione di continuità dal registro narrativo del romanzo d’avventura al conte philosophique più nero e spaventoso del decennio.