Addio

Anni Sessanta. Il Tenebroso, di cui nessuno sa niente, va sempre in giro in moto. Con la pioggia, il sole, il vento, è un tutt’uno con la sua moto. E dalla sua moto un giorno cade e muore. La madre se ne torna al palazzo dei ferrovieri con un mazzetto di garofani in mano, quegli stessi che non ha avuto animo di posare sulla tomba del figlio. Marcello Risi, detto il Tenebroso, è stato un ragazzo molto silenzioso, rimaneva seduto in mezzo agli altri senza dire una parola, a volte sorridendo un po’. Era solito indossare una camicia dentro la cintura dei Lee, sbottonata fino allo stomaco, da cui si intravedeva una muscolatura nervosa, senza un filo di grasso. Anche senza aver mai dato un calcio ad un pallone avrebbe potuto essere un atleta. Parlava poco e spesso si alzava all’improvviso dalla sedia e andava via, senza salutare nessuno… Leonardo Cimino in Via Gatteschi a Roma il 17 di gennaio spara ai fratelli Menegazzo, Gabriele e Silvano, gioiellieri. E quella sera non è solo. Gli fanno compagnia Mangiavillano, Lorìa e Torreggiani, che poi si pente e successivamente racconta come si erano svolti i fatti. I malviventi avevano studiato il colpo nei minimi particolari ma qualcosa è andato storto. Un intreccio del destino ha trasformato una rapina in omicidio. I colpi sono partiti a bruciapelo, e poi è bastato chinarsi a raccogliere le valigie e partire a gran velocità…

Addio, attraverso il protagonista Carlo, racconta lo stupore e la modernità attraverso i grandi scandali e la conseguente perdita dell’innocenza. Piccola delinquenza che si mescola a ben altre realtà, atmosfere nostalgiche nei riferimenti continui alle canzoni di De Andrè, Morandi, Endrigo, Mina, l’Equipe 84, Caterina Caselli, Maurizio Vandelli e Little Tony che fanno da sfondo alle moto, il biliardo, le donne e gli amici in un’Italia di provincia. Aurelio Picca, giornalista che collabora fra gli altri con “la Repubblica”, “Il Messaggero” e “Corriere delle Sera”, racconta gli anni Sessanta in questo romanzo che non sembra tale ma un ritratto di quel periodo, inframmezzato da continui richiami alla cultura popolare ma anche da riferimenti a icone, miti e movimenti artistici diventati storia. Gli anni sessanta, per chi li ha vissuti e non solo, sono stati un periodo di serenità per il Paese. Si stava vivendo il cosiddetto boom economico, la guerra con le sue difficoltà era ormai alle spalle. La musica, le vacanze, le macchine nuove stavano provando a disegnare uno scenario di prosperità per l’Italia ma le tensioni sociali erano forti e le urla di protesta che si iniziavano a levare portarono verso ben altri panorami, i cosiddetti anni di piombo. Addio è sinonimo proprio di quelle vite che contengono i sogni di quegli anni che però sono anche simboli di un immaginario di libertà presto delusa.

 


 

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