Afferra il coniglio

La Bosnia è un ricordo, ormai quasi più nemmeno quello. La vita nuova a Dublino toglie di mezzo ogni potenziale attivatore di memoria. Il lavoro, qualche pinta fuori, un uomo di nome Michael, un divano comodo da cui guardare serie televisive, la tenda della doccia da ricomprare. Sei una nuova Sara, quella vecchia è rimasta in Bosnia, per fortuna, senza rimpianti. Ti manca solo di portare al banco dei pegni gli oggetti di famiglia che possano riportarti indietro: “porterò al banco gli orecchini di perle, l’anello della nonna e due borse di pelle. Scambierò la Bosnia per denaro, pur di non tornarci”. Fino a che un giorno squilla il telefono, proprio mentre stai andando a comprare quella maledetta tendina per la doccia, e inavvertitamente rispondi. È lei, Lejla, dice che devi tornare. Non dice “torna”, dice “devi tornare”. Nella sua voce non parla solo lei, ma anche il passato, l’infanzia, la Bosnia. La sua voce è un coro, assordante, ineludibile. Dice devi tornare, devi accompagnarmi a trovare mio fratello a Vienna. È sempre stato così, il suo modo di fare ha sempre avuto su di te un potere inesorabile e allo stesso tempo irritante. Come se limitasse la tua libertà, come se ti tenesse sotto incantesimo. È ancora così dopo dodici anni. E quindi tu parti, lasci tutto, forse per breve tempo: la tendina, il divano, Michael. Dublino-Vienna-Zagabria e poi un autobus giù fino a Mostar dove ti aspetta lei, pronta a toglierti di dosso il vestito nuovo che ti sei cucita addosso. “Potevo vederla…dare un’occhiata caustica alla mia fase dublinese. Non avrebbe detto nulla, mi avrebbe tolto di dosso l’Europa come un cappotto di pelliccia a una povera parvenu, smascherando le mie cicatrici balcaniche senza alcuna vergogna”…

Inizia così il viaggio di Sara e Lejla, da Mostar a Vienna. Un viaggio che attraversa e taglia in due la Bosnia da sud a nord, ma anche un viaggio che ri-attraversa il passato e si perde nel labirinto di quell’amicizia quasi simbiotica fra Sara, ortodossa, figlia di un ufficiale di polizia, e Lejla, musulmana, figlia di un famoso cantante bosniaco. Il fratello di Lejla, Armin, è un buco nero nel tempo della loro giovinezza: scomparso all’improvviso quando erano ragazzine e Sara forse iniziava ad innamorarsi di lui. Quando la tempesta della guerra attraversò le loro vite e i loro corpi con la stessa violenza dell’adolescenza. Adesso Armin è a Vienna, dice Lejla. Devono andare a prenderlo. Le due ragazze guidano l’auto che le condurrà a Vienna in un paesaggio immerso nell’oscurità, enigmatico, alienante. Mentre viaggiano, scandagliano il passato e riportano a galla pezzi di ricordi, di affetti, di ferite. Lungo il tragitto si fermano a Jajce, dove c’è l’edificio del Consiglio antifascista di liberazione della Jugoslavia. Entrano, sperando di trovare lì qualche risposta: “Lì però non c’era nulla, solo parole morte, ossificate, che ci sorridevano dalle pareti.” E allora proseguono a testa bassa, inseguendo il coniglio come Alice, fino a Vienna, verso Armin, forse è lui che custodisce la soluzione dell’enigma che non riescono nemmeno a formulare. La scrittura di Lana Bastašić, tradotta da Elisa Copetti, è giovane, aggressiva, tagliente, ricca di similitudini incisive e di dialoghi serrati, carica di emozioni laceranti, ma senza essere eccessiva o ridondante. Trascina il lettore dentro la storia di una grande amicizia, di un passato ingombrante, di un mistero irrisolto, verso un finale indecifrabile. Questo suo primo romanzo, le è valso l’European Union Prize for Literature 2020. Meritato.

 


 

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