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Ai tempi del Boeuf sur le toit

Ai tempi del Boeuf sur le toit

Il giovane Maurice Sachs è alla costante ricerca di stimoli e di divertimenti. La sua vita passa da un locale ad un altro a discutere dell’ultimo film uscito, del pettegolezzo sulla bocca di tutti o del nuovo vincitore del Premio Goncourt. In quegli anni, quest’ultimo è un giovane noto ma ancora poco apprezzato, un certo Proust, le cui opere si passano di mano in mano e che spesso si può incontrare, insieme ad altri mille rappresentanti della cultura mondiale dei primi anni Venti, al Boeuf sur le toit. Lo champagne riempie i bicchieri, anche quando uno dei suoi principali produttori viene arrestato in America per le severe leggi sul proibizionismo. La prima guerra mondiale non è lontana ma tutti cercano di dimenticarla per passare ad un nuovo capitolo più spensierato. Al cinema inizia a farsi strada il sonoro, che, anche se per molti non è destinato a durare per evidenti superiorità del muto, verrà accompagnato a breve dai colori che stupiranno gli spettatori, abituati al bianco e nero. Sono anni in cui si ama osare: l’arte riceve un’iniezione di nuovo vigore da parte dei Dadaisti di Tzara e Picabia, che fanno del caos e del nichilismo la loro parola d’ordine; nella letteratura gli animi vengono “riscaldati” da David Lawrence che con il suo romanzo L’amante di Lady Chatterley supera le convenzioni imposte, svelando nuove sfumature narrative; al cinema, Charlie Chaplin affascina con i suoi monelli di strada e racconta l’inizio di un nuovo secolo e le limitazioni dell’uomo che ne fa parte...

Maurice Sachs è uno di quei personaggi apparsi nella storia mondiale a cui l’unico aggettivo che si addice è “maledetto”. A ben guardare, anzi, lui è proprio la quintessenza del maudit parigino. Omosessuale, ebreo, letterato e intellettuale, passa l’esistenza a dimostrare di essere quello che non è o che vorrebbe essere: truffatore, spia della Gestapo, segretario di scrittori famosi, loro amante, protagonista di salotti e del bel vivere nella Ville Lumiére. La vita gli riserverà un conto salatissimo e la stessa Gestapo a cui si arruola volontario lo ucciderà con un colpo di pistola per i mediocri servizi resi. Questo diario, che appare per la prima volta in Italia, è uno spasso e un diletto per tutti coloro che amano la storia raccontata da chi l’ha vissuta. È divertente, ad esempio, trovare i pregiudizi dell’aristocrazia elitaria della capitale francese che si domanda, guardandoli dall’alto in basso, se gli americani leggano i romanzi. O leggere dello stupore di molti davanti alla nazionalità inglese dell’autore di Lady Chatterley – come spiega Sachs, “un libro simile non poteva non scriverlo qualcuno esasperato dai pregiudizi vittoriani”. Come tutti i diari, anche questo è disseminato di appunti, di stralci di poesie altrui, di titoli di film visti (Tarzan rimane secondo l’autore uno dei film memorabili dell’epoca, alla stregua di Un chien andalou), annunci singolari trovati sui quotidiani (come quello che invitava a fare figli belli come il monello di Chaplin o quello del mercante d’arte desideroso di accaparrarsi tutte le opere di Van Gogh). Il Boeuf sur le toit, poi, rappresenta davvero un periodo storico. Ai suoi tavoli si sono seduti Gide, Hemingway, Proust, Diagilev, l’intellighenzia intera che trovava ristoro in un locale in cui tutti, omosessuali inclusi, potevano vivere liberamente i propri amori. Per farsi un’idea di come fosse diventato un fulcro della storia di quegli anni, basti pensare che per molti storici moderni proprio all’interno di quel bar il diplomatico tedesco Vom Rath conobbe il suo amante diciassettenne Grunspan, che gli sparò, facendo scatenare la follia nazista nella tragica Notte dei cristalli.