Alla fine del viaggio

Alla fine del viaggio

È una bella serata di luglio. Il terreno profuma, l’erba è verde e rigogliosa e manca ancora qualche giorno all’inizio della stagione arida che rinsecchirà ogni cosa sotto un sole rovente ed accecante. Poco prima della mezzanotte Valdenza si illumina a giorno. I fuochi d’artificio in onore del patrono della città, san Jacopo, esplodono in mille colori sui tetti del centro storico. La gente si alza dai tavoli del ristorante e si porta sulla terrazza, per assistere allo spettacolo. Solo il commissario Tommaso Casabona e la moglie Francesca rimangono seduti. Stanno parlando di cose troppo importanti per distrarsi, stanno discutendo del loro futuro. Si tratta in realtà della più classica delle liturgie di un addio, una liturgia che segue un copione noto e sempre ugualmente drammatico. Francesca ha deciso di lasciarlo. Dice che il cancro, diagnosticatole mesi prima e per fortuna estirpato in tempo, l’ha profondamente cambiata e ha mutato la sua percezione del valore del tempo. Afferma di sentire il bisogno di assecondare i suoi sentimenti e le sue passioni, per evitare di spegnersi. Ritiene che lei e il marito siano diventati persone diverse e che, in realtà, già da tempo si siano allontanati l’uno dall’altra. Il cellulare di Casabona, sul tavolo, vibra. Sul display appare la scritta “Questura”, ma Tommaso non intende interrompere la sua discussione con la moglie. Il cellulare continua a vibrare, ancora e ancora. Quando Francesca si alza e raggiunge l’uscita, Casabona risponde, stizzito. È Sarripoli, il comandante della sezione della polizia ferroviaria di Valdenza, che gli comunica che un uomo, su una sedia a rotelle, è appena stato investito da un treno, il Frecciarossa 2481 diretto a Milano. Come può essere arrivata una persona, su una sedia a rotelle, tra due binari alti quindici centimetri in una zona lontana dalla stazione? Non sembra si tratti di un incidente e nemmeno di un suicidio...

Il commissario Tommaso Casabona – uomo spigoloso e riservato, poco amante delle luci della ribalta e abituato a vivere ai lati di quell’immenso palcoscenico che è la vita, così da potersi defilare senza essere visto se ciò che sta osservando non gli piace più – si trova, nella quinta avventura che lo vede protagonista, ad una svolta davvero importante della sua vita, una svolta che profuma di solitudine ma che il commissario affronta con il pragmatismo che gli è proprio. Ed è il lavoro, una volta ancora, che gli permette, assorbendolo in maniera totale, di superare con grinta il momento di crisi personale che è costretto, suo malgrado, ad attraversare. Sì, quel lavoro che da sempre lo appassiona e per il quale ha, a volte, trascurato gli affetti; quel lavoro che continua a svolgere con onestà di giudizio, rettitudine e lucidità; quel lavoro che fa di lui un buon tutore della legge, ma che non gli impedisce di muovere critiche, se necessario, alle incongruenze del sistema; quel lavoro che lo ha reso un profondo conoscitore delle dinamiche umane senza fargli perdere l’umana compassione nei confronti di chi – come accade anche a lui, d’altra parte – commette errori. Antonio Fusco – funzionario della Polizia di Stato e, pertanto, addetto ai lavori abilissimo nel trasferire su carta l’importante bagaglio di esperienza maturata sul campo – è riuscito a creare un personaggio verso cui simpatia ed empatia sono immediate, un uomo che è allo stesso tempo un serio professionista e una figura ironica e dissacrante quanto basta. La quinta indagine che vede coinvolto il protagonista nato dalla penna arguta di Fusco è una storia cruda e amara in cui vendetta, rancore e rabbia si mescolano e danno vita ad un piano geniale e perfettamente orchestrato, i cui protagonisti, anch’essi inconsapevoli pedine, sono mossi da un’abilissima e perversa regia occulta. Casabona riesce, come sempre, a trovare il bandolo della matassa e ad accompagnare il lettore verso un finale sorprendente, che rivela una volta ancora l’estremo buonsenso e la profonda umanità del commissario.



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