Ammazzate quel fascista!

Ammazzate quel fascista!

Ettore Muty – non è un refuso, all’anagrafe c’era proprio una y poi trasformata in i perché poco “italiana” a sentire la madre – nasce a Ravenna nel 1902 in una famiglia borghese. È un bimbo vivacissimo, difficile da tenere a bada, viziato o comunque sempre giustificato dalla madre, intrisa di nobile patriottismo e ambizione – tanto che Ettore si chiama così in onore di Ettore Fieramosca – orgogliosa del suo ragazzo qualunque bravata faccia. Il padre poco può, si limita a desiderare per il figlio un posto fisso come il suo, di impiegato al comune. Un desiderio che si infrange in fretta, per l’impiego è necessaria la licenza scolastica ma Gim, così ama farsi chiamare il ragazzo, come l’eroe di un fumetto, riesce nell’impresa di farsi espellere da tutte le scuole del regno. Ancora minorenne, affascinato com’è fin da piccolo dall’immagine dell’uomo forte spaccone e più dalla violenza che dalla ragione, falsifica i documenti di un amico e nel dicembre del 1915 lascia un biglietto alla madre, dice che va a fare la guerra. Raggiunto fortunosamente il Cadore, si mescola alle truppe, riuscendo per qualche settimana a fingersi un soldato fino a che non viene scoperto. Mentre una pattuglia dei carabinieri lo sta portando al comando di Stato Maggiore per identificarlo e rispedirlo a casa, il caso vuole che incontrino il generale Cadorna, il quale incuriosito – anziché rimproverare il ragazzino – lo esalta indicandolo come esempio. Tornato a casa, anche la madre, come Cadorna, si proclama entusiasta del suo ragazzo, che a suo dire è nato con la divisa. Poco più di un anno dopo Ettore ci riprova, questa volta falsificando alla bell’e meglio i documenti di un amico che di andare al fronte non ne vuole sapere, e riesce, anche grazie al suo aspetto fisico che lo fa sembrare molto più grande di quello che è, a farsi arruolare nel Sesto reggimento di fanteria della brigata Aosta…

Raccontare senza annoiare i non appassionati e i non addetti ai lavori un periodo storico che è stato descritto da ogni punto di vista possibile e immaginabile non era impresa facile, così come non era facile raccontare qualcuno, nello specifico Ettore Muti, riuscendo ad andare oltre il fatto che sia stato un convinto – prima – fautore della dottrina fascista, distaccatosi poi dal Duce quando si è reso conto che alleandosi con Hitler lui per primo quella dottrina l’aveva in qualche modo tradita. Arrigo Petacco, giornalista, scrittore, saggista e storico oltre che sceneggiatore, ha scritto numerose biografie sempre con quel distacco che contraddistingue lo studioso vero, che non prende posizione ma si limita a ricercare i fatti, comprese le varie tesi e ipotesi. Nello specifico qui racconta la vita e la tuttora misteriosa morte di Muti (probabilmente una vera e propria esecuzione ordinata da Badoglio), prima come uomo e solo successivamente come fascista, sebbene le due cose in qualche modo e in più di un momento abbiano viaggiato sullo stesso binario. Il ritratto che ne esce è quello di uno che fin da ragazzino ha mostrato un carattere ribelle, indomabile e guascone, e che quindi inserito nel contesto storico, non avrebbe potuto fare altrimenti che aderire a quell’idea di uomo forte che non ha paura di niente e davanti a niente si ferma che è alla base della cultura antropologica fascista. Prendendosi soddisfazioni, cose o donne non importa: comunque prendendo. Interessante, sempre per come è esposto, è anche il racconto delle vicende storiche, per esempio la presa di Fiume da parte di D’Annunzio. Episodi che anche indirettamente, nonostante il legame di Muti con Mussolini, hanno influito sulla sua vita e che inevitabilmente hanno segnato anche il passato di chi oggi legge la sua storia.



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