Angeli a pezzi

Angeli a pezzi
Nel bugigattolo di un centro di recupero newyorchese per tossicodipendenti e alcolisti, Bruno Dante cerca di risanare le ferite che la vita gli ha inferto, una vita non particolarmente felice considerando che il Nostro si è appena squarciato la pancia con un coltello da cucina ed è al terzo tentativo fallito di suicidio. La situazione non sembra migliorare con l’arrivo della moglie Agnes - che da circa tre anni se la fa con un nero ex giocatore di basket ed ora insegnante di educazione fisica - passata a riprendere Bruno per accompagnarlo in aeroporto e da lì prendere un volo per Los Angeles, dove il vecchio Jonathan Dante - ridotto ormai ad un tronco umano - sta tirando le cuoia per via del diabete e delle numerose amputazioni subite. Sbarcato nella città degli angeli, Bruno torna nella sua casa natale dove lo attendono il fratello Fabrizio e il cane Rocco - un bull terrier dalla testa di squalo che a furia di passare le giornate accanto a Jonathan Dante è finito per assimilarne il pessimo carattere. Tra bottiglie di Jack Daniel’s e fiaschi di vino, Bruno riesce a sopravvivere a se stesso e al proprio vizio, onorando il capezzale del padre morente per un ultimo saluto, prima di precipitarsi nel parcheggio dell’ospedale, rubare l’auto di Fabrizio e fuggire in compagnia di Rocco sulle vie degli States in un affollato abitacolo popolato da pacchi di biscotti, puttane e fiumi di alcool…
Angeli a pezzi è certamente un buon libro, che deve però parte della sua attrattiva verso i lettori al materiale autobiografico custodito al suo interno: infatti chiunque scorra queste pagine - soprattutto nella prima metà - più che affidarsi alla narrazione 'alcolica' di Dan Fante cerca tracce e materiali sugli ultimi giorni di vita del celebre padre John, in un confronto familiare che vede le doti narrative mostrate in carriera da Fante senior ancora molto superiori a quelle del figlio. Ma la vita del piccolo Dan - soprattutto per i disastri che critica e quarte di copertina gli combinano - non è per nulla facile, appena messo sottoterra il fantasma del padre ecco che subito spunta un altro termine di paragone - peraltro da sempre vicinissimo al vecchio John: si tratta di quel Charles Bukowski che perfino l’espertissima e compianta Fernanda Pivano finisce per accostargli. A nostro modestissimo avviso questo paragone non regge, poiché al di là delle tematiche alcoliche che accomunano i due autori - ma se iniziassimo a elencare le amicizie tra alcol e letteratura non la finiremmo più - Dan Fante e il vecchio Buk hanno davvero poco in comune. Lì dove il primo mostra debolezze, vede nell’alcol una malattia e tenta il suicidio per liberarsi da una vita intrisa dai sapori del dramma e della malinconia, nel secondo troviamo strafottenza, arroganza, ironia e l’alcol stesso è solo una stupida medicina - come tante altre - utile a prendere per il culo una vita priva di significato ma comunque da vivere e spremere sino alla sua ultima goccia. E riuscireste a immaginare il povero Buk chiuso per giorni in un’auto in compagnia di un cane e a stretto contatto con una donna? Charles è l’uomo degli ampi spazi degli ippodromi, amante dei gatti e che considera donne e cani vittime della stessa stupidità, non certo piacevoli compagni di baldoria, almeno non sul lungo periodo. La domanda che dovremmo porci allora è: quanto di Dan Fante c’è in questo libro? Una buona metà dei materiali che compongono il testo, quella metà che mostra atti di violenza a volte insensati, tremori da astinenza alcolica e rimandi erotici raccapriccianti.

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