Antica madre

Antica madre

62 d.C. Una carovana avanza attraverso la steppa numidica, scortata da venti soldati a cavallo e venti legionari alleggeriti delle armature che sotto il sole diventano roventi; così, da un paio di settimane, hanno ottenuto il premesso di lasciarle nel carro. I dieci carri trasportano animali selvaggi destinati alle venationes nell’arena di Roma, prima delle lotte tra i gladiatori: leoni, leopardi, scimmie e un enorme bufalo nero; nell’ultimo, una creatura selvaggia simile ad una giovane pantera, bellissima con il suo lucente corpo nero e i brillanti occhi verdi, nuda e coperta soltanto da un perizoma. Il centurione di prima linea della gloriosa X legione, Furio Voreno, è a capo della spedizione e, da quando si è aggiunta alle altre prede, si sente attratto da quella ragazza fiera e agilissima, capace di combattere meglio di un uomo, misteriosa quanto lo strano monile di rame che porta al collo e a cui pare gelosamente legata. È riuscito persino a stabilire un contatto con lei, che a sua volta ha mostrato una intelligenza straordinaria e la capacità di apprendere rapidamente qualche parola di latino. Così Voreno ha anche conosciuto il suo nome, Varea, che significa “solitaria”. Durante il viaggio per mare verso Roma, al centurione sembra che il loro legame si faccia più solido e questo non fa che aumentare la sua preoccupazione per quello che li aspetta al loro arrivo. Ha saputo, infatti, che – anche grazie al ritratto realizzato dal pittore di paesaggi che ha accompagnato la spedizione – l’imperatore Nerone è particolarmente interessato a Varea. I timori di Voreno sono assolutamente fondati. Nonostante i suoi tentativi di nasconderla e proteggerla, Varea viene condotta negli appartamenti del vizioso e capriccioso sovrano, e soltanto per un soffio non ne subisce la violenza. Ma la vendetta di Nerone per il rifiuto è terribile e la destina immediatamente all’arena. La ragazza è forte e agile, resiste ai combattimenti contro le fiere e i gladiatori ma Voreno non può smettere di pensare a lei e a come salvarla da un destino che prima o poi le sarà avverso. Quando riceve da Nerone l’incarico di ripartire per la Numidia alla ricerca delle sorgenti del Nilo, il più lungo fiume del mondo, - una spedizione suggerita all’imperatore da Seneca, il suo consigliere, filosofo saggio e curioso, ma fondamentalmente motivata dalla brama di conquista e di oro di Nerone – Voreno chiede e ottiene di portare con sé Varea come preziosa interprete e guida attraverso territori incredibilmente affascinanti, selvaggi, sconosciuti, pericolosi e misteriosi…

Valerio Massimo Manfredi – archeologo, scrittore, saggista, autore di numerosi libri di narrativa assai apprezzati che, ad ogni uscita, sono destinati immancabilmente a conquistare le vette delle classifiche di vendita – torna ad occuparsi della storia di Roma e, come fa spesso, ne riscopre come spunto narrativo una pagina poco nota, in questo caso la spedizione voluta dall’ultimo sovrano della dinastia giulio-claudia, Nerone, che regnò dal 54 al 68. Violento e stravagante, su suggerimento del filosofo Seneca, suo consigliere fino a quando non lo accusò di tradimento, inviò tra il 62 e il 65 una carovana accompagnata da un drappello di militari alla ricerca della sorgente del Nilo, per indubbio desiderio di conquista ed espansione ma anche per ambizione di fama e conoscenza. Manfredi parla di storia a suo modo, come sempre attingendo a fonti storiche – come dice nella nota finale, in primo luogo il rapporto (andato perduto) dei due centurioni che guidarono la spedizione, riportato in un piccolo brano delle Naturales Quaestiones da Seneca che ascoltò il loro racconto, e poi qualche pagina del naturalista Plinio -, colmando con l’invenzione narrativa tutto quello che manca e imbastendo una trama avventurosa con punte di romanticismo e sovrannaturale. I lettori affezionati, insomma, sanno bene cosa aspettarsi, apprezzano sempre le sue storie e aspettano ogni romanzo con curiosità e piacere. Stavolta, però, il giudizio dei fan è implacabile, e non a torto. Una storia potenzialmente intrigante e affascinante, man mano che si procede nella lettura, si rivela frettolosa e persino banale, priva di approfondimenti sia delle situazioni che riguardo i personaggi. I dialoghi sono scontati e scialbi, molti elementi restano inconclusi, persino le descrizioni dei luoghi e dei paesaggi esotici – di solito uno dei punti forti dei romanzi di Manfredi – suonano come privi di entusiasmo. Troppe, davvero troppe le ingenuità narrative per un autore di grande esperienza come lui, al punto che molti lettori si sono chiesti se il romanzo sia stato realmente scritto da lui. Piuttosto si potrebbe pensare che prima della pubblicazione siano saltate alcune fasi importanti, l’impressione è quasi di trovarsi davanti ad un’ultima stesura da revisionare. Pur risultando, quindi, nel complesso poco avvincente, il romanzo però ha il merito di raccontare l’età neroniana e restituirne, almeno in parte, le inquietudini, le tensioni politiche e anche alcune curiosità, come questa spedizione riguardo la quale, come si è detto, esistono fonti purtroppo scarse, frammentarie e lacunose. Nel romanzo c’è anche un altro elemento reale e poco noto ai più, che risulta particolarmente intrigante, ed è forse quello del quale Manfredi offre un maggior approfondimento. Si tratta della figura di un semidio dalla pelle scura, Memnon(e), andato a combattere sotto le mura di Troia a difesa di Priamo alla guida di un contingente di etiopi, durante la guerra celebrata dall’Iliade, figlio di Eos e morto per mano di Achille. La sua vicenda era narrata nell’Etiopide, un poema epico in cinque libri e in esametri dattilici che raccontava la guerra di Troia e cronologicamente cominciava dove termina il poema omerico, scritto da Arctino di Mileto (VIII sec. a.C.) e andato perduto – se non per cinque versi in tre frammenti che ci restano – di cui si ha notizia grazie alla Crestomanzia del grammatico Eutichio Proclo. L’Etiopide fa parte del cosiddetto Ciclo Troiano, nome con il quale si indicano i poemi che cantano la guerra di Troia ritenuti non attribuibili ad Omero, e che di solito esclude i due poemi omerici. Secondo il mito, alla morte di Memnon(e), Eos (l’Aurora per i Romani) cominciò a piangere e dalle sue lacrime ebbe origine la rugiada. Sulle sponde del Nilo esisteva una statua colossale chiamata col nome dell’eroe etiope ma che in realtà raffigurava il faraone Amenophi III e aveva una particolarità. Al levarsi dell’aurora, ogni mattina, la statua di Memnon(e) emetteva un suono misterioso, come per salutare la madre che piangeva la morte di suo figlio. Le statue, in realtà, sono due ed esistono ancora sulla sponda del Nilo opposta di Luxor, ma quella che, probabilmente per usura del tempo, emetteva lo strano suono nell’antichità è diventata “silenziosa” dopo un restauro di epoca romana. Ecco, allora, possiamo pur perdonare, per una volta, una defaillance ad uno scrittore bravo come Valerio Massimo Manfredi, perché comunque, anche stavolta, ci offre la possibilità di ricordare, conoscere cose interessanti e soprattutto la voglia di approfondirle.



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