Antropocene

Antropocene

Marzo 1958. Charles David Keeling è un giovane ricercatore, ha trent’anni e un progetto che può godere del finanziamento dell’International Geophysical Year, l’Anno geofisico internazionale. Keeling vuole dimostrare in modo inoppugnabile la variazione stagionale delle concentrazioni di anidride carbonica (CO2), il “ciclo globale del carbonio”: in primavera ed in estate, attraverso la fotosintesi, le piante dovrebbero assorbire una maggior quantità di anidride carbonica, riducendone dunque la concentrazione atmosferica; in autunno ed in inverno, quando le foglie cadono e i processi di fotosintesi si riducono, l’anidride carbonica dovrebbe essere re-immessa in atmosfera. Per verificare questa ipotesi un analizzatore a gas infrarossi viene installato sulla cima del vulcano Manu Loa, nelle Hawaii, “in un ambiente remoto ed incontaminato, dove la sua concentrazione sarebbe stata simile a quella dell’atmosfera terrestre nel suo complesso”. L’esperimento riesce: Keeling dimostra che la concentrazione atmosferica della CO2 oscilla con il variare delle stagioni. Per dare maggior consistenza statistica ai dati raccolti, l’esperimento viene prolungato per alcuni anni. Bastano pochi cicli di osservazione per far emergere un dato preoccupante: le variazioni della concentrazione della CO2 sono in effetti stagionali, ma si collocano lungo una curva che mostra un trend in crescita: la concentrazione dell’anidride carbonica nell’atmosfera terrestre sta aumentando, in modo graduale ed inesorabile, anno dopo anno. L’incremento costante implica una alterazione evidente nell’equilibrio del “sistema Terra”, legata ad un solo fattore: l’utilizzo massivo dei combustibili fossili da parte dell’uomo. La CO2 è un “gas-serra”, e l’aumento della sua concentrazione in atmosfera è correlato all’innalzamento delle temperature ed ai processi di acidificazione degli oceani che potrebbero comportare la distruzione delle barriere coralline entro pochi decenni. Forse uno dei segni più evidenti della capacità della nostra specie di determinare cambiamenti che impattano sul clima, sulle risorse, su sistemi ecologici, sulla sopravvivenza di specie, sulla geografia dei territori, sulla composizione stessa della nostra atmosfera. La trasformazione di un intero pianeta ad opera degli esseri umani lascia tracce visibili e durature che potranno essere “lette” dagli scienziati del futuro, definendo, anche da un punto di vista geologico, una epoca della storia di questo nostro mondo, l’epoca in cui l’uomo controlla e modifica il pianeta che abita. A questa era è stato dato un nome: Antropocene. Ma quando, esattamente, ha avuto inizio l’Antropocene? Quanto potrà durare? Cosa comporta davvero per il pianeta? Quali sono gli scenari possibili? Stiamo scrivendo davvero la storia di “una distruzione insensata”, oppure riconoscere la profondità dell’impronta umana sul globo terrestre può rappresentare il preludio di un risveglio collettivo, che porterà l’uomo a compiere scelte consapevoli e responsabili nei confronti della Terra?

Erle C. Ellis è professore di Geografia e Sistemi Ambientali a Baltimora, presso l’Università del Maryland. Dirige inoltre il laboratorio dedicato all’ecologia del paesaggio antropogenico ed alle sue modificazioni in termini da locali a globali. Fa parte inoltre del Gruppo di lavoro sull’Antropocene, che, nel contesto della Commissione internazionale di Stratigrafia, si sta occupando di definire l’Antropocene come “era geologica”, rilevabile e riconoscibile anche da un punto di vista stratigrafico. Nel 2013, Ellis venne invitato a prendere parte al “Progetto Antropocene” della Casa delle culture del mondo (Haus der Kulturen der Welt - HKV) di Berlino, una serie di iniziative tese a coinvolgere artisti e scienziati, chiamati a proporre la propria visione e lettura dell’Antropocene; in quella occasione il ricercatore restò sbigottito “dalla quantità di interpretazioni dell’Antropocene che venivano presentate”. L’idea di un saggio come Antropocene (in originale Anthropocene: a Very Short Introduction), è figlia di quella esperienza. Sorretto da un buon apparato iconografico – con un apporto significativo nelle note di Gianfranco Bologna, attuale Direttore scientifico ed ex Segretario di WWF Italia – il testo, pur conservando sempre un linguaggio chiaro e fruibile, risente forse – soprattutto nei capitoli iniziali – del tentativo di condensare in breve una imponente quantità di dati, informazioni, approfondimenti e controversie, mantenendo un giusto equilibrio tra necessità divulgative e rigore e profondità scientifica. Tuttavia, nella seconda parte, quando l’analisi coinvolge in modo più esteso temi di natura sociale, economica, politica, la narrazione, da oggettiva, descrittiva, quasi neutra, si colora di passione e partecipazione. Così ad esempio in “Capitalocene”, il capitolo che maggiormente affronta il rapporto tra sistema capitalistico e cambiamento ambientale: “Le nazioni e le persone ricche consumano molta più energia ed emettono molta più anidride carbonica rispetto ai poveri. […] Le conseguenze sono che alcuni conducono stili di vita ricchi e ad alta intensità di carbonio, ma tutti sono costretti a vivere in un’atmosfera satura di carbonio. Il cambiamento climatico non finirà se non si interrompono le emissioni di carbonio dovute ai combustibili fossili, ma senza altre fonti di energia economiche questi potrebbero rimanere l’unica fonte di ricchezza”.



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