Apocalypse Vampirus

Apocalypse Vampirus
Acqua nera – e per una volta l’inquinamento non c’entra proprio nulla. Strane cose succedono a New York, e questo liquido marcescente e fetente che schizza fuori dalle tubazioni sembra uno dei mali minori. Come la mettiamo con i ratti? Un esercito di zampettanti e sozze creaturine che dalle profondità delle fogne sono risalite, chissà perché, in superficie, invadendo una città già assediata da cumuli di nauseabondi rifiuti. Strane, inimmaginabili cose stanno succedendo, soprattutto questo virus sconosciuto che si diffonde alla velocità di una pestilenza ed è come una pazzia, chi se lo becca non sopporta più la sua vita di prima, neppure il suono del proprio nome, e spinto da una fame cannibale manda tutto al diavolo, trasformandosi in una sorta di vampiro mangiatore di carne cruda – e non solo del tipo acquistabile legalmente in macelleria. Anche la diciassettenne Minerva, per un po’, ha seriamente pensato che le persone attorno a lei fossero snack da addentare a piacere, fino a quando le cure di un’esoterica hanno messo a cuccia il parassita che dentro di lei si agitava freneticamente per spingerla all’indicibile. Non che sia guarita del tutto, Min, ma ora è abbastanza a posto da tornare a far musica con la sua amica Pearl e una band tutta nuova, cantando le strane canzoni che ha scritto quando la malattia era al suo culmine e la terra stessa sembrava sussurrarle antiche e incomprensibili parole. Parole che funzionano come un richiamo per ciò che sta acquattato sotto la città, strisciando e preparandosi all’assalto…
Che i vampiri siano creature con il pallino del rock non è proprio una novità: ricordate il mega concerto di Lestat e tutto il vampiresco caos che ne seguì? Non crediate, però, che si possa procedere oltre nell’elencare analogie tra l’ormai classica saga di Anne Rice e i due volumi (Apocalypse Vampirus è la seconda parte di un micro-ciclo inaugurato con Vampirus) di Scott Westerfeld. I “pip” di quest’ultimo, umani trasformati in bestie scatenate da un parassita che va matto per la tartare, specie se di carne umana, sono una delle declinazioni più originali del mito del vampiro che ci sia capitato di leggere negli ultimi tempi. A partire da una spiegazione fanta-medica del fenomeno (la schiatta dei figli della notte altro non sarebbe che il risultato di una mega reazione immunitaria della razza umana), l’immaginazione di Westerfeld partorisce mangiacarne che sprizzano energia da tutti i pori e non conoscono certo raffinatezze blasé o sdilinquimenti romantici. Certo, possono pervenire a un certo controllo dei loro appetiti e impulsi, magari sgranocchiando aglio crudo, ma qualcosa dentro di loro non smette di aver fame (memorabili i brani in cui la bellissima Min deve ripetersi come un mantra che gli amici non si mangiano, per non parlare di quando le tocca azzannare cotenna di maiale per “sedarsi” un poco). Risultato: un’avventura sincopata e nitida come se fosse scritta imbracciando una camera a mano tutta scosse e adrenalina, scritta per un pubblico di “giovani adulti” ma assolutamente godibile fino ai cent’anni e più, non foss’altro che per la vena ironica che la percorre da cima a fondo e per l’aggressiva bellezza di certe immagini cinematografiche. Insomma, il “dittico” vampiresco di Westerfeld è un nuovo albero nato all’ombra di quello, enorme e centenario, scaturito dal seme piantato da Stoker (o forse da un paio di scrittori prima di lui), un arboscello giovane e svelto, collegato di certo alla pianta-madre da tenaci radici sotterranee, eppure teso verso il cielo da una grande smania di indipendenza. Rock, decisamente rock. O, come direbbe uno degli amici di Min, “sfico”!

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