Archivio dei bambini perduti

Archivio dei bambini perduti
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Stati Uniti. Un uomo e una donna, marito e moglie. Un bambino e una bambina, figli di precedenti relazioni, la femmina di lei, il maschio di lui. A figliastri, sorellastre, fratellastri e altri suffissi hanno preferito da tempo usare un semplice possessivo plurale, “i nostri bambini”. Tutti e quattro sono a bordo di una Volvo del 1996, verso sudovest: nel bagagliaio ci sono sette scatole, quattro contengono oggetti significativi per il padre, una per la madre, due sono vuote. Un viaggio familiare nato da esigenze diverse. Il marito è interessato a ripercorrere tracce e suoni degli indiani d’America, “un inventario di echi”, lo definisce, “sui fantasmi di Geronimo e degli ultimi Apache”. Lei lo ha seguito sì, ma alla fine per costruire un altro progetto tutto suo. A lei interessa raccontare le storie dei bambini in fuga dal Messico, le storie, però, “dei bambini che sono scomparsi, le cui voci non possono essere più udite perché sono andate perdute, forse per sempre”. Lei è una giornalista, lui invece un “acustemologo e un artista del paesaggio sonoro che aveva dedicato la sua esistenza al campionamento degli echi, dei venti e degli uccelli”. Un unico percorso, un itinerario da condividere, ma obiettivi differenti. Pensare che i due si sono innamorati collaborando in passato a uno stesso lavoro, dedicato al paesaggio sonoro di New York, una sorta di raccolta di voci e rumori della città. Nell’ambito di questo progetto, era stato loro affidato il compito di registrare la varietà linguistica della città, scandagliare insomma la molteplicità di idiomi nella metropoli. Una bella sinergia, la loro, da cui poi era scaturito il sentimento, “in modo totale, irrazionale, prevedibile e precipitoso”. Ora qualcosa sembra essersi rotto. Questo viaggio va verso una direzione tutta da scoprire...

Ne hanno parlato come del grande romanzo sull’emergenza migratoria. Quei bambini al confine tra Stati Uniti e Messico, quelli ritratti nelle tante fotografie che hanno fatto il giro del mondo, lei, Valeria Luiselli, scrittrice e saggista italomessicana, nata a Città del Messico e cresciuta in Sudafrica, li ha visti e conosciuti in prima persona. Ha lavorato come interprete presso il tribunale di New York, occupandosi proprio di minori non accompagnati provenienti dal Messico, collaborando con un’associazione di avvocati. Un’esperienza di cui ha parlato prima nel saggio Dimmi come va a finire e che poi ha voluto trasporre in una modalità narrativa con questo Archivio dei bambini perduti, finalista al Booker Prize 2019. Il tema affrontato è sicuramente di grande attualità. Non semplice raccontarlo sotto forma di romanzo, la Luiselli ci riesce attraverso una narrazione frammentaria, fatta di tante piccole grandi storie, in cui emergono non solo le vicende di questi bambini in fuga ma anche sentimenti vecchi e nuovi, amori che piano piano si sfilacciano, figli che crescono e guardano in faccia il futuro che li aspetta, progetti di vita che si incontrano e si scontrano. C’è uno dei drammi di questi anni tra queste pagine, certo, ma c’è anche un racconto intimo molto forte. Una scelta azzeccata poi quella di titolare le diverse micronarrazioni e suddividerle a seconda delle sette scatole che la famiglia si porta in viaggio così come quella di mutare la voce narrante facendo così venir fuori un diverso punto di vista – la madre e poi il figlio. Un racconto costruito su piani che si intersecano ma che è capace di offrire un affresco intenso e interessante della contemporaneità.



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