Autobiografia erotica di Aristide Gambía

Aristide Gambía è un editore, ha cinquantotto anni, ha avuto tre matrimoni, tre figlie e una vita sessuale attiva e libera. Una lettera scritta da una donna che ha incontrato quando era giovane lo porta indietro nel tempo insieme a lei, Maria, in un viaggio attraverso i ricordi della propria esistenza, i percorsi fatti nella maturazione umana, attraverso la propria sessualità disinibita o sottoposta a inibizioni che hanno minato l’equilibrio emotivo. Maria ha un linguaggio crudo, diretto ed esplicito, ed è lo stesso linguaggio che l’Aristide settantenne trascrive nelle pagine del suo diario erotico, per raccontare quella crescita sessuale che lo ha reso l’uomo che è (stato). Una voce femminile si unisce in questo racconto a ritroso sboccato e diretto, in cui tutto è dicibile e ammesso, in cui in modo esplicito si parla senza veli di sesso, di appetiti sessuali e passioni…

Letto il titolo ti aspetti di sentire parlare di sesso, è già esplicito e chiaro di cosa si leggerà, ma entrare nella storia ti trasporta in un turbinio di parole spudorate, perfino volgari, parolacce, male parole anche in dialetto. Si viene catapultati attraverso il linguaggio dentro la mente di un uomo e di una donna che non hanno mai negato nulla alla propria sessualità e che sono andati alla ricerca di quella dimensione della propria realtà umana senza veli né vincoli, in fuga quando la realtà blocca e costringe dentro limiti l’espressione della propria ricerca del piacere. Si sente forte il desiderio di oltrepassare i limiti, di entrare con foga nel mondo della sessualità, anche attraverso l’uso del linguaggio, con lo scopo di mettere a nudo l’uomo e la donna non solo nel corpo, ma anche nella loro intimità. L’autore gioca, creando alla fine del romanzo una forte ambiguità: Aristide è l’autore stesso? Si è spiazzati e confusi, ma si comprende che lo scopo è proprio quello di creare confusione nella mente di chi legge, di spaiare le carte, di non rendere trasparente una realtà che non lo è. Il linguaggio così esplicito non diventa pornografico perché si legge in trasparenza uno scopo che non è puramente quello della sollecitazione sessuale, ma ciononostante spesso diventa eccessivo. Alla fine della lettura si è un poco stanchi e affaticati, perché si procede a fatica tra le pagine del romanzo che è complesso e così rimpinzato di scene di sesso e di linguaggio troppo diretto da stordire, facendo perdere il senso della realtà, così come per Aristide la sua umanità si perde tra le gambe sconosciute di donne fugacemente incontrate, di cui neanche ricorda il nome, con il solo scopo di appagare il piacere sessuale. L’umanità si sfuoca, perde i contorni, diventa un’ombra, alla fine sono tutte solo genitali e umori, perdono ogni sfumatura di realtà e diventano solo corpi in cui affondare il proprio pene in cerca di sollievo di un bisogno fisico e non mai emotivo. L’umanità senza volto, estraniata, che si incontra solo per il proprio soddisfacimento. Solo alla fine Gambía si fa una ragione di questa sua sessualità incontrollata e lo fa rendendo onore all’unica donna che ha veramente amato. Dal romanzo l’autore ha adattato una pièce teatrale che è stata messa in scena al Piccolo Bellini di Napoli.

 


 

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