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Azzorre

Azzorre

L’8 febbraio 1989, un aereo partito da Bergamo e diretto a Punta Cana si schianta contro una montagna delle isole Azzorre. Perdono la vita 144 persone. Una di loro è il padre di Cecilia. Molti anni dopo, Cecilia vola a Santa Maria, l’isola su cui si trova la montagna che causò l’incidente. È una cittadina particolare: “non credo si possa dire che siamo in campagna perché a Santa Maria la città non esiste. La natura entra ed esce dal paese e lentamente si riprende gli edifici disabitati senza che nessuno ci faccia caso”. Viene ospitata da Teresa, una ragazza del posto sulla trentina che fa l’architetto, ma è come se tutto il paese l’avesse accolta, perché quell’incidente ha coinvolto molto ognuno degli abitanti dell’isola, tutti si sono interrogati sulle cause, tutti hanno dato una mano a raccogliere i corpi e fin da subito Cecilia trova una grande disponibilità a farsi raccontare quel momento. “Sono convinta che se restassi su questa sedia sarebbe la storia a trovare me”. Ben presto, la sua diventa una ricerca della verità sulle cause dell’incidente, che fino ad allora erano apparse come un insieme di contingenze sfortunate, e che invece si rivelano essere frutto di colpe ed errori che ancora pesano sulla quotidianità di queste persone, e che si trascinano nell’oscurità e nel dolore di chi ha perso l’amore di un padre prima di riuscire a scrivere il suo nome...

La narrazione è diaristica, quasi da reportage, ma, man mano che il racconto va avanti, Cecilia ci trascina con lei in questa isola sperduta lontana dal tempo, e il suo lutto e il suo senso di perdita (non solo dell’amore di un padre, ma di un’intera vita parallela che avrebbe potuto avere e che le è scivolata tra le dita) diventano anche nostri, ci stringono la bocca dello stomaco e ci spingono a cercare la verità con lei. Del resto, chissà quanti di noi avranno dovuto mordersi le labbra per non rispondere infastiditi a chi con supponenza ti dice “devi far pace col tuo lutto” e chissà quanti lettori avranno vissuto esperienze particolari che, come in questo caso, vengono rese ancor più significative da i luoghi (e dai non luoghi) circostanti, che sembrano così immutabili nel tempo da risultare irreali. Azzorre, scritto in modo scorrevole ma allo stesso tempo intimo, a tratti davvero molto doloroso. L’amore per il padre perso troppo presto ricorda quello delle pagine di Città sommersa di Marta Barone. È il racconto di un viaggio non comune, quasi sospeso, che si rivela alla fine necessario e salvifico per tutti i suoi protagonisti. “Solleva la gamba, bestia! Lasciaci andare, facci almeno provare a trasformare questo dolore in qualcosa di migliore”.