Ballata dei miracoli poveri

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Il contadino Vito scappa sulle montagne. Vaga senza una meta apparente con un peso che gli schiaccia il cuore, con una morte ingiusta che gli grava addosso come un ritorno di condanna, come uno scorno, come uno sputo collettivo che ovunque vada lo raggiunge, caldo e vischioso. Vito erra braccato come un cinghiale ferito trascinandosi la storia e le malelingue alle caviglie come una palla da otto un forzato. E nel suo impigliarsi nei rovi, nel suo precipitare in un covo di serpi, nel suo stramazzare tramortito nel ventre di una grotta sconosciuta, nel suo riandare con la memoria a una storia di streghe e di ragazze belle come il chiaro di luna e di eremiti dello stesso colore della roccia e di ragazzi fumantini lesti di lingua e di coltello, ricostruisce come il ragno di Sinisgalli –“Come il ragno costruisco con niente lo sputo, la polvere, un po’ di geometrie” - la sua biografia e, forse, la sua innocenza. Gli viene restituita, questa innocenza, dalla verità che non è mai immediata, mai sulla bocca della gente, ma nascosta nelle pieghe dei fatti, nelle pieghe del cuore, nelle rughe profonde della coscienza. Lì davanti si ferma la rincorsa degli inseguitori, la bava dell’insulto, la forsennata caccia al capro espiatorio, l’accorata ricerca di una vendetta che è mortifero alibi, fuga precipitosa dalla propria coscienza…

Un sud antico, mitologico, fiabesco quello raccontato da Mimmo Sammartino in questa sorta di sequel a Vito ballava con le streghe. Nel folklore, nella credenza antica, nell’antropologia si riconnette il senso di una storia che ha i contorni di una leggenda che ammanta la passione carnale, la rozzezza del brigantaggio, la storia stessa vista nella prospettiva rovesciata del popolo minuto. Il linguaggio di Sammartino è delicato, visionario, a tratti surreale, radicato alla terra dalla fraseologia dialettale, frastagliato di poesia pietrosa e viscerale, capace di rendere sangue il sangue e rarefatta l’aria. Ci racconta come in un sogno la storia di uno straniamento, di una perdita, di un meridione silvano, antico immobile nella sua atavica palestra della diceria, della superstizione, dell’onore da riparare, dell’affabulazione che trasforma tutto in mito e gli esseri umani in santi, canaglie o eroi. Dentro un paesaggio da sogno, immaginificamente mozzafiato, incastona personaggi alteri, fieri, degni nella loro indegnità e donne coraggiose nella loro incarnazione di madri. Vito è la nemesi del redento, del San Sebastiano colpito a morte che acciuffa all’ultimo secondo una insperata resurrezione. Un redento nell’aura sozza di caccia alla selvaggina che si innalza dalla sua stessa bassezza a dimensioni siderali, inconcepibili per chiunque, specie per un contadino. Questo è il cuore, la grandezza che sgorga dalle cose infime; la grandezza inspiegabile come un miracolo di redenzione che scaturisce da un elemento semplice: la narrazione, la storia, il racconto della verità.

 


 

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