Bambinate

Bambinate

Un Venerdì Santo degli anni Sessanta, un piccolo paese del centro Italia. Lo chiamavano Semo, perché non pronunciava bene la sc. Ermes e gli altri della classe glielo dicevano sempre mentre lo picchiavano, gli strappavano i vestiti, gli tiravano il pene o i capelli: sei Semo e sei finocchio. Lo hanno fatto anche quel Venerdì Santo, sotto i portici davanti alla chiesa, in pieno pomeriggio; sono passati l’arciprete e poi tre signore della parrocchia, ma non hanno detto nulla, solo un’alzata di spalle, sono bambini, cosa volete che sia? Solo uno, in quel gruppetto, non ha alzato le mani su Semo: si è unito a loro, lo fa sempre, è stato a guardare, poi è tornato a casa pedalando più veloce che poteva e non ha voluto parlarne più. Ha finito le elementari, le medie, si è diplomato ed è sparito. Cinquant’anni dopo, nella sua casa di New York, riceve una mail: è un invito alla cena di leva, una rimpatriata dopo tanto tempo. Perché erano una classe così unita, si volevano tutti così bene. Tutti, c’è scritto. Così lui, che non è più tornato, nemmeno per il funerale dei suoi genitori, prende una decisione. Prenota aereo e camera d’albergo e fa ritorno al paese, dopo cinquant’anni, proprio il mattino del Venerdì Santo…

Chi è il cattivo, nella storia della Via Crucis? Ci hanno insegnato che era Giuda, che ha tradito il suo maestro e amico per trenta denari. Ancora oggi, dire a qualcuno “sei un Giuda!” non è proprio un complimento. Vogliamo però parlare di Ponzio Pilato? Aveva il potere di salvare Gesù dalla morte, anzi, di più, era convinto che salvarlo fosse la cosa giusta da fare, ma alla fine ha scelto di seguire ciò che la società gli chiedeva, anziché di pensare con la propria testa. In storie come questa, o come quella di Semo, ci sono tre opzioni: fare il bene, fare il male o non fare niente. Il protagonista di Bambinate non ha fatto niente, e niente di ciò che ha realizzato dopo – famiglia, carriera, eccetera – gli ha impedito di affogare nel senso di colpa. Tutta la sua vita è stata un perenne fermo immagine a quel pomeriggio, al suo guardare senza agire, a tutti i Semo che avrebbe potuto salvare. Lo giudichiamo, leggendo la sua storia? Probabilmente sì. Avrebbe potuto agire diversamente, da bambino? Forse. Si può riparare a un torto di questa portata, anche molti anni dopo? Non sta a noi dirlo. Tuttavia, leggere questo romanzo è porre a se stessi una domanda: cosa avrei fatto io? Cosa ho fatto, quando ne avevo l’occasione?



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