Bambini bonsai

Molto prima che il clima cambiasse completamente, che i pesci scomparissero dal mare e gli uccelli dal cielo, una donna di nome Incarnazione ha intuito che il disastro era ormai prossimo e ha deciso così di rifugiarsi nella parte alta della città di Genova. Nei pressi dell’antico cimitero di Staglieno. Qui ha costruito una sorta di casa-torre, scura, alta, che sovrasta quello che diventerà l’agglomerato, una sorta di favela che sovrasta il golfo ligure. Con il passare degli anni, nonostante l’agglomerato diventi un ricettacolo di persone, storie, esistenze e anche brutture, è come se restasse in ogni caso un luogo sicuro, un posto dove poter sopravvivere e magari ricostruirsi una vita. Ed è quello che fanno i nipoti di Incarnazione, che dal loro luogo di origine si mettono in viaggio per raggiungere la casa-torre della zia e vivere la loro nuova vita in quell’ammasso di casupole e lamiere sorto tutto intorno al vecchio cimitero. Con i due adulti si mette in viaggio anche Pepe, il loro figlio piccolissimo, che ancora non ha fatto la prima “muta” ed è quindi costretto a viaggiare in un secchio, a cui viene cambiata l’acqua dagli adulti per farlo crescere e sopravvivere. Pepe arriva all’agglomerato sereno e curioso come ogni bambino al mondo può esserlo davanti alle novità e il suo desiderio di apprendere e di conoscere trova nella zia Incarnazione una vera fonte di appagamento. Molto meglio di quei documentari sulla natura che Pepe guarda e che dovrebbero avere lo scopo di far conoscere ai più giovani come era un tempo la vita sulla Terra. Meglio, soprattutto, perché la zia di quelle immagini da documentari di istruzione è stata testimone oculare e sa spiegare nei dettagli a Pepe come era fatto un uccello, quante specie c’erano e che caratteristiche avevano. Pepe allora cresce tra racconti di una Natura ormai scomparsa, le coccole della zia, le tombe storiche del cimitero di Stagliano e un bel giorno alla fine della quarta muta nel suo secchio comprende che deve andare via dal suo quartiere ed esplorare il mondo che c’è al di là. Quello che ancora non sa è che il Mondo al di fuori dell’agglomerato non solo è tanto vasto, ma è anche per certi versi ancora meraviglioso e ancora affascinante da scoprire…

È un mondo post apocalittico e distopico quello di Paolo Zanotti, autore, editor, docente, scomparso troppo presto e che si ripresenta in tutta la sua magnificenza proprio in Bambini bonsai, un romanzo di una bellezza agghiacciante in cui il lettore prima ancora di conoscere il protagonista e seguirlo nelle sue mirabolanti avventure, comprende quanto Gaia, la nostra bellissima e fragile madre che ci ospita sia messa in pericolo proprio da noi. Gli uomini, gli esseri umani sono il vero e solo cancro della Terra. Loro distruggono e uccidono. Tanto che dopo che il clima cambia inesorabilmente, in questa storia di Zanotti gli unici che sembrano continuare a farcela e a generarsi sono proprio gli uomini. Specie maledetta e pervicace che distrugge tutto quello che tocca e che continua ad adattarsi anche facendo prima la muta in un secchio pieno di acqua o sostituendo le parti del corpo distrutte e compromesse con parti meccaniche, fino a diventare non si capisce bene cosa. L’importante è resistere. Vivere. Riprodursi. Bambini bonsai è un libro più terrificante e istruttivo di quanto non lo possa essere nessuna manifestazione a favore dell’ambiente e del clima, colpisce più di qualunque ragazza prodigio scandinava, perché non è un racconto urlato o di protesta. Anzi, è una narrazione sussurrata, raccontata attraverso una macchina da presa che a volte viene maneggiata dall’autore e altre volte dal protagonista della storia. È un romanzo crudele, quasi di formazione, che stupisce, fa riflettere e fa anche un po’ paura. In realtà ne dovrebbe fare molta di più, di paura. Dovrebbe terrorizzarci tutti e non perché rischiamo di nascere e crescere come bonsai, ma perché rischiamo di non vedere mai più le rondini.

 


 

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