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Black blues

Black blues

È una sera d’inverno e il piccolo Levi King, nove anni, è in barca da solo nel lago Caddo, una distesa d’acqua immensa, ricca di anfratti e alligatori, piena d’insidie di giorno, figurarsi quando il buio è già calato! Il ragazzino ha fatto tardi giocando tutto il pomeriggio a casa di un amico ma ora deve tornare a tutti i costi a casa prima che la madre si accorga della sua assenza. Lui non ha il permesso di utilizzare la barca di nonno Lester e, soprattutto, la madre è sempre stato molto scrupolosa perché Levi non si attardi la sera con tutti i malintenzionati e i criminali che ci sono in giro nell’accampamento pieno di roulotte: “Indiani e negri, ladri d’ogni specie, yankee anche, figliolo”, come diceva il nonno che adesso non c’è più. Dunque Levi prova a remare con maggiore forza. Anche se la visibilità si riduce pian piano e ogni rumore fa piombare il ragazzino sempre di più in uno stato di angoscia. Tanto più che a casa non tira certo una bella aria. Mamma Dana è sempre nervosa, non come quando c’era papà Bill. Da un po’ Bill è in galera dopo avere ucciso un uomo di colore da membro della Fratellanza ariana del Texas qual è. Almeno Bill era tenero e affettuoso con sua madre. Ora il suo posto l’ha preso Gil, un tale ancora meno raccomandabile di Bill, violento col ragazzino, che mamma Dana accoglie spesso con parolacce ma di cui la donna ha paura. Così nel buio scompare il piccolo Levi. E poche ore dopo iniziano le ricerche in quell’angolo di terra maledetto da dio, con il Texas ranger di colore Darren Mathews ad affiancare la polizia…

Ambientato negli Stati Uniti sul finire del 2016, nelle settimane successive all’elezione di Trump, il romanzo riflette le paure e le contraddizioni di una terra ancora attraversata dagli odi razziali. Un tema delicato che certo in questi anni non si è affatto affievolito, come attestano anche le tensioni di questi ultimi giorni e come sta a dimostrare la letteratura che prolifera: come non pensare alle vicende della dodicenne Violet nel magistrale Ho fatto la spia di Joyce Carol Oates. Naturalmente Attica Locke lo fa con tutta la sensibilità e l’amore per la sua terra – espresso a tratti con una vena malinconica – che le sono propri (lei nativa di Houston), e nei quali il lettore affezionato avrà già avuto modo di imbattersi in Texas blues, di cui in qualche modo questo romanzo può essere definito il sequel. Ricompare infatti quel Darren Mathews che anche stavolta risolverà il caso a modo suo. Locke si conferma paziente tessitrice di un thriller mozzafiato: è il suo mestiere e lo sa fare bene, in special modo nella scrittura di sceneggiature per Hollywood. La caratteristica principale? È condensata in un pensiero del simpatico Darren, quando il Texas ranger di colore, riflettendo sulla complessità della vicenda, dice a se stesso: “Era come una matrioska, ogni mistero ne racchiudeva un altro, e poi un altro e un altro ancora”. Di più non è possibile aggiungere se non al prezzo di uno spoiler che sarebbe imperdonabile, ma vale la pena concludere con un pensiero di Darren: “Odiava pensare che il paese stesse coltivando una messe di razzisti, intrisi del veleno da cui il suolo non era mai stato bonificato”.