Salta al contenuto principale

Borgo Sud

Borgo Sud

Non riesce a prendere sonno, in quella camera d’albergo. Sotto la porta filtra una lama di luce proveniente dal corridoio, mentre la sua mente è affollata di ricordi, primo fra tutti quello della festa di laurea di Piero, suo marito. Ha viaggiato su diversi treni per l’intera giornata ed ha ascoltato gli annunci, prima in francese e poi in italiano, degli altoparlanti delle varie stazioni. Quando nel pomeriggio il finestrino si è riempito dei colori del mar Adriatico, ha ritrovato la stessa illusione ottica di sempre: i palazzi inclinati verso la spiaggia, come se attirati dall’acqua. In albergo ha preferito non scendere per cena, si è fatta portare in camera biscotti e latte caldo. A Piero piaceva molto, di sera, mangiare biscotti e bere latte. Teneva un biscotto tra pollice e indice e, intanto, le raccontava la sua giornata. La casa nella quale hanno vissuto da sposi non è lontana dall’albergo nel quale si trova lei ora. Di quella casa ricorda tutto, ogni particolare. Ricorda anche di quella notte – era la loro terza estate in quell’abitazione – in cui faticava a dormire e il letto le sembrava troppo grande. Piero non c’era, stava assistendo il padre ricoverato in ospedale. Poco prima dell’alba qualcuno si era attaccato al campanello con insistenza. Si trattava di Adriana, sua sorella. Non la vedeva da oltre un anno. Da piccole erano state inseparabili, poi la vita aveva loro insegnato a perdersi. Ora sua sorella se ne stava lì, in corridoio, con un cappello di paglia in testa, il bordo sfilacciato e scoloriti fiori finti sulla tesa. Aveva un bambino in braccio. Si trattava di Vincenzo, suo figlio. Il bambino aveva la bocca simile a quella della madre, ma nella forma del naso ricordava l’altro Vincenzo, quello zio che non avrebbe mai conosciuto. Ne è passato di tempo da quella notte e, mentre il sonno tarda ad arrivare, pensa che domani vedrà di nuovo Adriana. Andrà da lei, ma non a Borgo Sud...

Le due sorelle protagoniste de L’arminuta sono cresciute, ognuna con la certezza dell’altra nel fondo del proprio dolore e della propria condizione di orfana di genitori indifferenti. Due sorelle così diverse ma così uguali – strutturata, affidabile e studiosa l’una; impulsiva, scapestrata e senza freni l’altra – entrambe figlie di un vuoto d’affetti che mai è riuscito a farsi presenza, di un senso di abbandono divenuto tomba di qualsiasi tentativo di tenerezza. Vite rancorose, deluse, tradite e infelici che si intrecciano e si lasciano più volte – opposto il modo di pensare e di affrontare la vita, identica la difficoltà di lasciarsi guidare dall’amore – fino a ritrovarsi a Borgo Sud, quella zona periferica e marinara della città, così gentile e rude, così forte e accogliente, così inoppugnabile e ospitale, da rappresentare l’unico luogo nel quale sia possibile, o almeno auspicabile, scendere a patti con il proprio vissuto. Donatella Di Pietrantonio, con una scrittura composta e delicata, ma schietta e capace di trovare un varco e depositarsi tra le pieghe più profonde dell’animo, torna a raccontare, nel suo nuovo romanzo, le crepe della vita e i tentativi, spesso maldestri, di ripararle con rattoppi, approssimativi e brutti a vedersi, ma capaci di lasciar filtrare la luce. Maternità, deprivazioni affettive, esclusione, sorellanza, tradimento sono temi che si rincorrono in una storia tutto sommato breve – 160 pagine in tutto – ma straordinariamente evocativa, una storia in cui i personaggi si muovono in scenari privi di calore e di empatia, tra terrazze con i fili del bucato steso ad asciugare e spiagge assolate, camere di ospedali e cimiteri, case fatiscenti piene di gatti malati e puzzo di pesce appena pescato tra le vie del borgo. Corpi offesi, nel corpo e nell’anima, incapaci di liberarsi dalle macerie del passato e costretti quindi a spostare i macigni depositati sul cuore ad uno ad uno. Insieme, perché, forse, solo così sarà possibile farcela.