Brama

Brama

Carlo Brama ama ripeterglielo spesso che è debole, che non ha volontà, che si fa schiacciare da tutti. Glielo dice fin da quel primo loro incontro al seminario su Heidegger a Villa Mirafiori, sfociato in pochissime ore in una confessione fiume davanti a calici di Cabernet a Monti. Certo, i fili del burattino vorrebbe tirarli solo lui, un burattino con qualche chilo in meno magari o magari vestita di bianco, come piace a lui. Proprio come suo padre. Ma evidentemente a lei non basta; a quanto pare questo non la dissuade dalla continua ricerca di altre figure come lui. Un mese è passato. Solo un mese prima Bianca era in un letto di ospedale. Il suo ex si è innamorato di un’altra e a lei per l’ennesima volta non è rimasto altro che ingozzarsi di pasticche. Lavanda gastrica e appena uscita da quel pre-coma ha iniziato a picchiare tutti. La sedano e qualche ora dopo è già con i suoi genitori fuori dal Sant’Eugenio. Prova a chiamarlo ma lui le ha bloccato il numero. Dice alla mamma che va a farsi un giro, che ora sta bene. E lei l’assilla chiamandola ogni dieci minuti, ma Bianca è già entrata nella sede centrale dell’Unicredit, ha fatto il nome di un’amica che un tempo lavorava lì, poi ha fatto le scale a due alla volta e dal punto più alto ha cercato un balcone. Ha aperto i vetri e sul terrazzino ha scavalcato la ringhiera sedendosi sul cornicione. Si trova al settimo piano e la vertigine, l’adrenalina, finalmente la tornano paradossalmente a rasserenare. Un salto, basterebbe solo fare quel passo nel vuoto per non sentire più quelle maledette voci che continuamente le rimbombano nel cranio, puntandole il dito contro, accusandola di averlo perso perché certo l’altra è più magra di lei, si fa rispettare più di lei, non si è concessa immediatamente come lei, non gli ha mai pagato un viaggio a Berlino come lei, non si è fatta pisciare in faccia o inculare quando aveva il ciclo come lei, non si è mai fatta privare della dignità come lei. Bianca sente l’ebrezza del cemento freddo del cornicione sui palmi delle mani, mentre dondola le gambe nel vuoto. Poi l’irruzione di quelli vestiti di arancione, a trascinarla via, a immobilizzarla, braccia, gambe, fino all’intramuscolo che per qualche istante ancora le spegne tutto, fino a perdere di nuovo il controllo, fino all’oblio...

Provare a riassumere il nuovo lavoro di Ilaria Palomba in poche righe è operazione pressoché impossibile. Siamo davanti infatti ad una seduta psicanalitica, ad un flusso di coscienza, a continui e umorali sbalzi tra presente e passato, ad un magma vivo traboccante emozioni, disperazioni, un caleidoscopio dentro cui osservare i mille frammenti impazziti che compongono l’intera esistenza di Bianca, la protagonista, dall’infanzia e adolescenza in Puglia, con il suo tormentato rapporto con i genitori, al suo trasferimento a Roma, in mezzo a facce, volti, corpi, umori, sesso, droghe, psicofarmaci, in mezzo soprattutto alla sua sete di vita e di morte, di arte, di bello e di bisogno di considerazione, di voglia di annullarsi e annullare, sopprimere, adorare, consumare e distruggere quasi tutto ciò che la circonda, in primis se stessa, incapace fin dall’infanzia di trovare un suo centro di gravità, schiacciata dal peso di un padre ingombrante prima, da figure maschili sue fotocopie poi a cui affidare senza ritegno la propria vita, da cui bramare amore e considerazione ma da cui contemporaneamente rifuggire, punendosi alla fine oltre ogni immaginazione. In mezzo alla sua brama. E così Palomba attraverso una struttura narrativa e scrittura solida, minuziosamente ricercata, musicale, schizofrenica, ci trascina piano piano nell’inferno interiore di Bianca, incapace di dare un ordine razionale e compiuto a quel suo disperato urlo di dolore, a quella voragine, a quel buco nero che sembra risucchiare dall’interno l’intera sua esistenza e tutti coloro che le gravitano attorno. Carlo Brama, filosofo di fama, è solo l’ultimo cancro a cui ha permesso di cannibalizzarle l’anima, fino a sedimentarsi, a metastatizzarsi, fino a diventarne ancora una volta schiava, vittima e carnefice della propria e altrui autodistruzione, fino a portarla alla scelta più definitiva ed estrema, dalla quale però questa volta sarà impossibile poter tornare indietro. La foto è di Dino Ignani.



0

Pubblicità

 

Pubblicità

 

PUBBLICITÀ

 

PUBBLICITÀ

 

PUBBLICITÀ

 

PUBBLICITÀ

 

PUBBLICITÀ

 

Potrebbero piacerti anche

Il nostro sito utilizza i cookie ACCETTO
Se vuoi saperne di più COOKIE POLICY

I NOSTRI PARTNER