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Breve storia del mio silenzio

Quando mamma e papà comunicano l’arrivo di una sorellina, un bambino di quattro anni può reagire in vari modi, più o meno dirompenti. Per esempio può smettere di parlare, come succede a questo bambino qui. È figlio di due maestri e cresce ad Atella, in Lucania. Sono gli anni Sessanta e nella sua casa si respira cultura, grazie alla presenza di due genitori attenti che riempiono le giornate di stimoli e libri. Mamma e papà non si rassegnano all’afasia del figlio, sono preoccupati dal suo silenzio assordante, non ne capiscono la causa e cercano di guarirlo portandolo in giro da medici e dentisti, su e giù per l’Italia. Eppure il bambino continua a non parlare nonostante i tentativi, a volte fantasiosi, di porre fine al suo silenzio. Così passano gli anni, scanditi dal trasloco che tutta la famiglia sognava in quel profondo sud che immagina un nord sviluppato, pieno di lavoro e stimoli culturali. Accompagnato dal suo proverbiale silenzio, il bambino, ormai giovane uomo, lascia la Basilicata per Milano, la città che l’accoglierà durante i suoi anni universitari. Ha sempre amato la letteratura e la scrittura è il suo modo di esprimersi, costruendo mondi e nuove opportunità. Per questo sceglie il corso di Lettere, alla Cattolica di Milano. Quello della metropoli è un mondo nuovo, ancora ben lontano dal suo paese d’origine. E proprio quella città lo vedrà maturare, fare esperienza di un contesto stimolante e in continuo sviluppo. Ed è proprio lì che il suo sogno di scrivere un libro può diventare realtà…

Con Breve storia del mio silenzio Giuseppe Lupo, autore di numerosi saggi e collaboratore de “Il Sole 24 Ore” e di “Avvenire”, è tra i candidati alla LXXIV Edizione del Premio Strega. Il romanzo conferma le straordinarie capacità di scrittura e di utilizzo di diversi registri linguistici ed espressivi dell’autore, già evidenti ne Gli anni del nostro incanto (2017). Il fulcro del nuovo romanzo di Giuseppe Lupo è quasi metalinguistico: il contrasto paradossale tra l’afonia e la necessità di espressione, possibile solo attraverso la scrittura. Il protagonista, nato e cresciuto in una famiglia attenta alla letteratura e alla cultura, di cui è completamente impregnato, perde l’uso della parola, l’elemento principe. Eppure non perde la sua necessità di espressione, di creare mondi, che manifesta grazie al verbo scritto. Non riuscendo a esternare sentimenti e pensieri tramite la voce, l’urgenza letteraria si trasferisce a carta e penna, oggetti anch’essi fondamentali nella famiglia d’origine. Lupo crea un meta-romanzo in cui non solo ci racconta e descrive il contesto di un’epoca e le differenze socio-culturali di un’Italia spaccata a metà, ma ci regala anche incursioni prestigiose dei protagonisti della letteratura di quel periodo. Primo tra tutti Sinisgalli, ampiamente citato, seguito da Carlo Levi, Calvino, Gina Lagorio, Giuseppe Pontiggia, Pavese, Vittorini. Non mancano neanche i narratori americani come Faulkner, Sherwood Anderson, Steinbeck, Hemingway. E poi c’è lei, la macchina da scrivere Olympia, reliquia nello studio del padre, protagonista assoluta, strumento fondamentale di espressione. Perché la parola non è fatta solo di voce, ma risiede nell’anima.

LEGGI L’INTERVISTA A GIUSEPPE LUPO