Breve storia della letteratura rosa

Breve storia della letteratura rosa

“Nel mondo si vendono due romanzi rosa al secondo”. È quanto afferma la portavoce della casa editrice canadese Harlequin, quella nota in Italia per la serie da edicola Harmony. Da sempre bistrattato dalla critica letteraria e dall’élite savante, questo inossidabile genere letterario trova la sua forza nel tacito patto che stringe con il pubblico: le aspettative di un mondo semplificato, rassicurante, in cui tutto – in primis la storia d’amore tra una lei e un lui – finirà per il meglio non sono mai disattese. Ma come definire questa fucina di best-seller? Partiamo dal nome. La passione tutta italiana per l’etichettatura cromatica dei generi letterari ha fatto sì che nel Bel paese il romance fosse associato al colore rosa – così come i thriller e le crime story sono identificate con il giallo. Se per quest’ultimo c’è una spiegazione storica (la collana di romanzi polizieschi era pubblicata da Mondadori con copertine di colore giallo), nel caso dei romanzi d’amore, la ragione è duplice: nell’immaginario collettivo, “la rosa” è il fiore simbolo di amore e passione, mentre “il colore rosa” è culturalmente associato al femminile. Dunque, amore e donne. Tacciato di sub-cultura e di bassa letteratura proprio perché visto come prodotto culturale atto a soddisfare la sensibilità femminile, il romanzo rosa è in realtà espressione di una visione maschile della realtà. Difatti, può essere interpretato come la naturale evoluzione della favola di Cenerentola, ossia di una rappresentazione prettamente patriarcale della donna da cui sono tratti gli elementi narrativi della protagonista bella, casta e virtuosa ma senza mezzi, che subisce e resiste alle angherie con pio stoicismo per poi ritrovare un riscatto (morale, sociale ed economico) grazie all’amore e al matrimonio. Nel 1740 viene pubblicato Pamela, o la virtù premiata, romanzo epistolare dello scrittore inglese Samuel Richardson. Questa pietra miliare della letteratura inglese scaturita dalla creatività di una mente squisitamente maschile può essere senza dubbio considerata il capostipite di tutti i romanzi rosa a seguire: la virtuosa Pamela resiste alle insistenti avances del padrone, tale ritrosia fa accendere nell’uomo l’amore e il rispetto per la giovane che finirà per sposare. Ecco quindi che la protagonista senza mezzi corona la sua storia d’amore e vivrà per sempre felice, contenta e ricca...

In Breve storia della letteratura rosa, Patrizia Violi tratteggia un interessantissimo excursus storico letterario su uno dei generi più criticati e allo stesso tempo più redditizi del mercato del libro. Attraverso un saggio scorrevole, accurato e ricco di curiosità, chicche inedite sui retroscena editoriali e sulle vite delle scrittrici, degli scrittori e degli addetti ai mestieri a cui la giornalista spesso dà voce tramite interviste, il romanzo rosa viene analizzato non solo in quanto genere letterario ma anche e soprattutto come espressione e specchio della società che l’origina. Passando dalle atmosfere cupe dei feuilleton di Carolina Invernizio, prolifica scrittrice in riferimento alla quale nasce l’espressione “casalinga di Voghera” (svilente epiteto che condensa in sé i natali provinciali dell’autrice e l’immagine della lettrice-modello di questo genere letterario) si giunge alla languida femme fatale che ama imbellettarsi e rimirarsi allo specchio in lingerie di pizzo e seta nei romanzi dell’aristocratica Liala, per poi arrivare, nei romanzi chick lit degli anni Novanta, alla donna che, pur non disdegnando una buona dose di autoironia e indipendenza economica, sogna ancora il principe azzurro. Ma non sono solo le protagoniste a subire una metamorfosi: in tempi recenti, il tanto bramato principe azzurro assume sembianze vampiresche nella trilogia di Stephenie Mayer per poi – attraverso intricate dinamiche di fandom – virare dalle tonalità dell’azzurro a quelle del grigio e delle sue cinquanta sfumature... Passano gli anni e i secoli, ma lo schema narrativo di Cenerentola-Pamela si ripete ancora e ancora: dopotutto è di evasione che si parla e non bisogna mai dimenticare che: “il rosa piace perché è analgesico: rassicura, semplifica la realtà, fa sognare e sperare che i problemi alla fine si aggiusteranno”.



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