Bufali in marcia al mattatoio

Bufali in marcia al mattatoio

L’Albatros è un bar gestito da un irlandese, di cui è rimasto soltanto il soprannome, Irish Coffee: un postaccio vicino al porto, frequentato da papponi, puttane e tipi loschi. O semplicemente da chi cerca di riempirsi della quantità giusta di alcol per arrivare a casa, per l’ultimo bicchiere davanti alla televisione. Ismaele, si fa chiamare così, passa tutte le sere dal suo amico Irish Coffee, è un cliente abitudinario, che ha bisogno di concludere un’altra giornata di resistenza in quel posto senza Dio, nei bassifondi, perché proprio nel fondo di un bicchiere riesce a trovare l’umanità. Quella sosta gli serve per bere le 3-4 birre con gin o con whisky e trovare, in qualche altro relitto umano come lui, reduce da una guerra gli ha portato via un occhio, momenti di spensierato ed effimero affetto. Nelle donne che frequentano quel bar cerca il calore di un abbraccio, ma spera anche di vedere la strada della redenzione. Il più delle volte le sue serate si rivelano un fiasco e si chiudono fra le braccia di un amore a pagamento. Così è stato anche la sera del suo compleanno che lo traghetta ai suoi primi quarant’anni, finita con Gunila, una gattina che sa trasformarsi in una tigre selvaggia. In questo continuo caleidoscopio di alcol, sesso e incontri casuali, ma importanti, Ismaele fa i conti con le sue ragioni per stare al mondo un altro giorno, motivazioni che vanno più in là del sangue e dell’idea ossessiva di farla finita con una roulette russa scandita dal tamburo di una Colt, mai prima della quarta birra, mai prima della mezzanotte...

Autore ponte fra la Generción Cero e los Novísmos, Ahmel Echevarría sceglie di raccontarci Cuba per quello che era veramente all’inizio degli anni ‘90: un groviglio di poveracci che si esprimevano soprattutto con i loro corpi, che vivevano per lo più di pulsioni erotiche, di idee e passioni, lontani davvero dai clichés televisivi delle isole caraibiche o degli ideali rivoluzionari, un posto che ha sostituito l’aroma dei sigari Havana con il puzzo di piscio e vomito, sangue e disperazione. I suoi personaggi hanno la stessa grigia ostinata rassegnazione dei bufali che si avviano al mattatoio, che conoscono il loro destino, eppure continuano la loro marcia verso la morte, verso la fine. L’autore si vuole inserire in un tracciato eterogeneo di stili e visioni: da Charles Bukowski, citato esplicitamente nell’exergo e implicitamente nei rapporti fra i suoi personaggi presi fra le fogne degli ultimi e alle prese con le donne e con il sesso; a Hermann Melville, da cui è “plagiato” il celeberrimo e ieratico incipit di Moby Dick (“Chiamatemi Ismaele”); a Charles Baudelaire, quello dei Fiori del male e dell’Albatro, ripercorsa in un capitolo cruciale dello snodo della prima parte del romanzo come momento in cui la poesia incontra il poeta, perché solo la poesia può descrivere la crudeltà del mondo. Ma al contrario dei suoi modelli, lo stile di Ahmel Echevarría non indugia nei particolari, piuttosto si cristallizza in scambi di battute corte, azioni fulminee: sostituisce all’impianto classico e riflessivo della narrazione, la giustapposizione di episodi, che rappresentano da soli, nella loro routine, mondi e modi diversi di pensare la vita. Senza la certezza di trovare una soluzione, con l’unica certezza di rappresentare una visione a suo modo idilliaca, a suo modo salvifica. Sicuramente una minore pedanteria nello sfoggio delle fonti avrebbe giovato ad una narrazione maggiormente coinvolgente, ma nel complesso il ritmo, i ritratti impietosi, lo stile comunque teso e drammatico, attirano il lettore, pagina dopo pagina, in uno spaccato di vita imperdibile e inenarrabile, se non con le parole e la sensibilità di Ahmel Echevarría.



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