C’era una volta il West di Sergio Leone

C’era una volta il West di Sergio Leone

È il 1968 e Sergio Leone (1929-1989), regista romano, dopo aver concluso la “Trilogia del dollaro” – Per un pugno di dollari (1964), Per qualche dollaro in più (1965), Il buono, il brutto, il cattivo (1966) – dà inizio, con C’era una volta il West, ad una nuova trilogia, quella del “Tempo” (seguiranno Giù la testa, 1971, che avrebbe dovuto chiamarsi C’era una volta la rivoluzione e C’era una volta in America, 1984). Narra così la fine del West sancendo la fine del “suo” western con un omaggio ed uno sguardo ai classici di riferimento (John Ford, Howard Hawks), distaccandosi in parte dallo stile picaresco che lo aveva fin lì contraddistinto, e girando la pellicola nella Monument Valley – resa celebre proprio da Ford – e non più in un’America reinventata nella Spagna del deserto d’Almería. Lo fa con tre ore di montato ed un intreccio che è un “balletto di morte” di personaggi appartenenti ad un mondo destinato a scomparire e che ruotano attorno ad una donna, Jill (Claudia Cardinale), che in fondo è la vera protagonista della storia e che forse è l’unica figura capace di adattarsi al nuovo corso delle cose. La vicenda è più che articolata: in una sperduta stazione ferroviaria tre sicari sono in attesa ma all’arrivo del treno sembra non scendere nessuno. Richiamati dal suono di un’armonica, vengono sorpresi ed uccisi da un uomo misterioso apparso all’altro lato dei binari. L’uomo (Charles Bronson) cerca un certo Frank (Henry Fonda) che, anziché andare all’appuntamento, ha mandato i killer. Nel frattempo a Sweetwater, il vedovo irlandese Brett McBain (Frank Wolff) sta ultimando con i suoi tre figli, i preparativi per ricevere Jill (Claudia Cardinale), una prostituta che ha sposato a New Orleans. Qualcuno apre il fuoco dai cespugli e la famiglia viene trucidata attorno alle tavole imbandite: a compiere l’eccidio è Frank con i suoi uomini. Lo stesso Frank ricercato dall’uomo con l’armonica e che lavora per conto dell’imprenditore ferroviario Morton (Gabriele Ferzetti) che ha messo gli occhi sulla fattoria dell’irlandese – l’unica nella zona ad avere una fonte d’acqua – e vuole farne un centro di rifornimento per la sua ferrovia in costruzione che unirà l’Atlantico al Pacifico. Quando Jill arriva alla stazione di Flagstone, la più vicina a Sweetwater, non trova nessuno ad attenderla. Giunta alla fattoria trova gli invitati al ricevimento in suo onore attorno ai cadaveri dei McBain. Jill è la legittima erede ed intende mantenere il rancho contro i piani di Frank. Ad essere incolpato dello sterminio dei McBain è invece il bandito Cheyenne (Jason Robards) che ora ha un motivo per stare, come Jill, Armonica e le sue misteriose ragioni, contro Frank. Quest’ultimo riesce comunque a costringere la vedova a mettere all’asta la tenuta con l’intento di acquistarla lui a prezzo irrisorio per conto di Morton. È invece Armonica ad aggiudicarsi la proprietà con i soldi della taglia di Cheyenne che, forse d’accordo con lui, si fa consegnare allo sceriffo di Flagstone avendo già in mente il modo di riconquistare la libertà. Frank, perduta la fiducia di Morton, scampa all’attentato dei suoi emissari e, per rappresaglia, lo raggiunge trovandolo però già moribondo per mano di Cheyenne che resta a sua volta ferito gravemente. Frank torna a Sweetwater per regolare i conti con Armonica ed i due si affrontano in duello. Sarà il primo a soccombere e finalmente conoscere la ragione della caccia ostinata della quale è stato oggetto: molti anni prima, per uccidere il fratello di Armonica, allora bambino, aveva costretto quest’ultimo, con le mani legate dietro alla schiena ed un’armonica infilatagli in bocca, a sorreggere sulle spalle il fratello grande con un cappio al collo. Quando il bambino, sopraffatto dalla fatica era caduto, aveva causato l’impiccagione del fratello stesso. A Sweetwater resta solo Jill, ora proprietaria della stazione di rifornimento che Armonica le aveva riscattato. Armonica, col cadavere di Cheyenne sul cavallo, se ne va mentre sta arrivando il primo treno...

Privo del tono astruso e dei deragliamenti dei quali molti critici e storici del cinema si compiacciono, Roberto Donati, da cinefilo autentico, ci offre una pubblicazione impreziosita da un’esposizione fotografica pertinente con tanto di comparazioni attinte dall’antologia cinematografica (una chicca il confronto scenografico tra il Cabiria del ’14 di Pastrone ed Il Colosso di Rodi del ’61 di Leone). Ben argomentato ed esposto, il libro offre una biografia ed un’analisi del regista, non disgiunte dal contesto culturale e cinematografico nel quale si sviluppa l’intera opera del “Re Leone”, per approdare ad un’analisi specifica e quasi definitiva ed esaustiva di C’era una volta il West. L’aspetto del film sul quale Donati non mette l’accento, forse per scelta, è la stretta congiunzione, parentela e filiazione del film con L’uomo che uccise Liberty Valance (1962) di John Ford: pellicola che inizia e termina con il treno e ci porta, grazie ad un lungo flashback, in un mondo pre-civile in cui la libertà di vivere ed agire, pur includendo la lotta per la sopravvivenza, è regolata da un ordine naturale in cui a prevalere è la morale interiore. Con l’arrivo della “civiltà” (la ferrovia, che sancisce la fine dello spazio di fuga, della frontiera) si instaura uno stato di cose in cui violenza e sopraffazione si impongono con l’ipocrisia istituzionalizzata conferita dal potere derivante dal profitto (l’arma più potente non è la Colt, è il denaro) e dalla Legge plasmata ad uso e consumo di chi con essa si avvantaggia e dietro di essa si nasconde. Il film fordiano si conclude di nuovo in treno col senatore Stoddard (James Steward) che torna a Washignton ricordando Tom (John Wayne) che è morto. Se in Ford è Tom a non avere più spazio nel mondo nuovo, in Leone, nel suo “balletto di morte”, i personaggi sembrano attendere solo il momento di scomparire e, se tre di loro muoiono, Armonica si avvia verso un dove impossibile: non più l’eroe che si allontana al galoppo verso orizzonti aperti ma un uomo al passo, con un cadavere al seguito, chiuso ed inseguito dalla posa dei binari che già lo stanno sorpassando. Il West è morto, viva il West!



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