Cape Fear

Sam e Carol Bowden sono una coppia felice. Partiti entrambi da condizioni modeste hanno frequentato l’Università, dove si sono conosciuti. Sam è diventato avvocato ed ora i due sono una famiglia agiata con tre figli: Nancy di 14 anni, Jamie di 11 e Bucky di 6. Nello studio legale dove lavora, Sam rappresenta il volto pulito della professione, che svolge con onestà e fede incrollabile nella Giustizia come conquista sociale, e nella Legge come unico regolatore della società civile. Anni prima Sam si era imbattuto nello stupro di una quattordicenne, era intervenuto e, con un colpo fortunato, aveva messo fuori combattimento l’aggressore facendolo arrestare. Aveva poi testimoniato al processo conclusosi con la condanna all’ergastolo dell’imputato. Ma è proprio grazie ad alcuni cavilli della Legge che lo stupratore esce di prigione dopo tredici anni: è Max Cady, cresciuto sulle colline isolate del South Carolina dove le tare di generazioni di degrado, alcolismo e promiscuità familiari producono non di rado elementi sociopatici cresciuti badando unicamente alla propria sopravvivenza. Gli anni di detenzione di Cady, vero animale in gabbia, hanno prodotto in lui solo l’ossessione di punire il colpevole: Sam. Max non riesce ad incolpare se stesso per quanto accaduto perché lo considera un episodio del tutto normale, sa solo che Sam gli ha sottratto tredici anni di vita ed ora è suo dovere fargliela pagare. Senza fretta, con spietata scaltrezza e lucida crudeltà. Così un bel giorno Max si fa vivo e, senza infrangere la legge, comincia a ronzare intorno alla famiglia Bowden accompagnato da episodi inquietanti: la cagnetta Marilyn, diletto dei ragazzi, viene avvelenata. Cady placidamente seduto sul molo osserva Nancy, la figlia maggiore che ha la stessa età della sua precedente vittima. Poi altri strani incidenti e, ovunque la famiglia si sposti, Max Cady è lì ad osservarli…

È necessario dimenticare completamente le due riduzioni filmiche che stravolgendo il racconto, non ne rappresentano l’essenza profonda, limitando il tutto ad una lotta tra buono e cattivo. Nelle pagine (da leggere di filato) c’è molto di più. Uscito nel 1957, incarna il tipico romanzo di una lunga e felice stagione letteraria che, già a partire da Il Grande Gatsby per culminare con A sangue freddo di Capote, narra di un’America che comincia a provare inquietudine per se stessa. Vi si scorge l’ossessione dell’atavica paura retaggio del pionierismo con la necessità di far fronte al pericolo (un orso, i Pellerossa, l’intruso) in modo immediato e rispondendo solo al proprio ed individuale senso dell’esercizio del diritto. Più in generale si pone il dilemma umano tra la fiducia nella società costituita ed il proprio discernimento nelle valutazioni di carattere etico. Sam scopre che le leggi non possono regolare tutto se non nella loro interpretazione morale: Max, che morale non ne ha, se ne serve a proprio vantaggio; Sam, che ha delegato ad esse la propria tutela, dovrà affrontare suo malgrado una regressione ad uno stato primordiale. Carol, sua moglie (che non a caso ha sangue Pellerossa), affronta questa regressione istintiva con meno dilemmi del marito, arrivando quasi ad incolparlo per essere intervenuto contro lo stupratore poiché questo accadimento ha minato la sicurezza del nucleo familiare. Qual è la cosa giusta? Il Male esiste e la persistenza della necessità di difesa alberga ancestralmente anche nell’uomo civilizzato, come alberga l’intima esultanza nello sventare il pericolo con l’annientamento del nemico con le proprie mani. Senza mediazioni.



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