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Capitalocene – Appunti da una nuova era

Serengeti, Scozia, Norvegia, Miami, Tokyo, Lavezzi: sono queste le principali mete del viaggio fisico ed esistenziale narrato da Silvio Valpreda, la cui formazione inizia quando, giovanissimo, si imbatte nei documentari sugli animali selvaggi, che danno il la alla sua passione, quella che forse non sapeva nemmeno di avere prima di venirne a conoscenza. A partire da quel momento il percorso si fa via via sempre più articolato, non solo a livello intellettuale: intraprende numerose e lunghe escursioni per il mondo, accorgendosi che in certi punti del pianeta esistono posti del tutto incontaminati e altri invece, non necessariamente assai distanti dai primi, anzi, spesso tutt’altro, che rispecchiano quello che Gilles Clément chiama il terzo paesaggio, locuzione che dà il titolo al primo libro tradotto in italiano di quello che è uno dei più noti paesaggisti del vecchio continente, con cui si indica ognuno dei luoghi-non luoghi in cui la presenza umana si ritrae, i parchi, le riserve naturali, le grandi aree disabitate del pianeta, le aree industriali dismesse dove i rovi e sterpaglie prendono il sopravvento su macchinari e ruggine o persino le erbacce al centro di un’aiuola spartitraffico…

“Capitalocene” è un termine coniato cinque anni fa dal sociologo inglese Jason W. Moore, che propone una visione meno pessimistica della contemporaneità e soprattutto del prossimo futuro rispetto al concetto di Antropocene, che pone sì l’uomo al centro, ma in pratica solo come causa di tutti i mali per il pianeta. Questa visione però non dà adito ad alternative che non siano la fine per la Terra o l’estinzione della razza umana affinché il globo si salvi: Moore propone invece di guardare le cose da una prospettiva diversa. Il danno infatti non è esattamente l’uomo, ma alcune sue attività economiche: spostando dunque l’attenzione su questo peculiare aspetto si può costruire una realtà migliore da tutti i punti di vista, in cui le azioni e i comportamenti dell’uomo e della natura non siano più influenzati dall’esigenza del capitale di riprodursi accumulando una ricchezza fine a sé stessa. Da qui, e da questo cambiamento generale, prende le mosse per il suo racconto illustrato e la sua riflessione sociale, culturale, politica, micro- e macro-economica, in cui la parola, che serve a spiegare, si amalgama con i linguaggi, diversi e complementari, della fotografia, che conferisce oggettività a ciò che appare, e del disegno, che ha un connotato più specificamente simbolico, Silvio Valpreda, artista, scrittore e curatore, che, con cura, passione, attenzione, impegno e non senza accenti lirici indaga le interazioni fra prede e cacciatori nel Serengeti e tra pecore e linci nella Scozia punteggiata di chiese, l’attenzione all’inquinamento in uno dei paesi che estrae più petrolio come la Norvegia, la stridente giustapposizione tra ambienti selvaggi e altri decisamente urbanizzati in Florida e la soffocante proliferazione immobiliare giapponese, scoprendo che persino un luogo incontaminato come Lavezzi, un isolotto nel mezzo delle bocche di Bonifacio, deve il suo aspetto attuale alle conseguenze della visione del mondo capitalistica.