Caribe

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Mar dei Caraibi, XVII secolo. Don Diego Valdés, un anziano meticcio riccamente armato ed abbigliato, presiede alle operazioni di contrattazione e sbarco di merce di contrabbando da una nave olandese illegalmente ancorata alla rada dell’isola della quale è il capo. Una gestione autocratica la sua, sicuramente invisa all’Impero Spagnolo che, attraverso i pattugliamenti della Real marina, tenta d’imporre tassazioni sempre più vessatorie sul “commercio indiano”. E il galeone dell’Armata Reale arriva puntuale a chiudere la rada: sarà battaglia, l’ennesima per Don Diego, una vita di viaggi e combattimenti... Cresciuto a L’Avana nella locanda di famiglia, meta di marinai, religiosi, avventurieri e gente di ogni risma e provenienza, era dovuto fuggire giovanissimo dal piccolo avamposto coloniale: invaghitosi di Hortensia Zubiadù, una giovane meticcia figlia di un encomendero, aveva rischiato la vita per le false accuse del frate francescano Diego de Landa del quale la ragazza è la protetta. Fugge con l’aiuto di un frate italiano che, imbarcatolo al suo seguito, lo condurrà in una vita di viaggi, insegnamenti, battaglie, avventure e ricerca della conoscenza...

Un omicidio, i primi turbamenti di un adolescente verso una ragazza, lo zampino dell’Inquisizione, la diatriba tra Domenicani e Francescani, la partenza verso un mondo d’avventura e la formazione del protagonista attraverso la guida salvifica di un frate che persegue la conoscenza in contrasto alla superstizione: ci ricorda qualcosa? E se il frate si chiamasse “Uberto” Eco da Alessandria, talvolta da Bologna per averci insegnato? Se però poi “Uberto” Eco si profonde in insegnamenti lapidari à la Guglielmo da Baskerville versione 0.0, tipo “fratelli coltelli e parenti serpenti”, “l’animale più pericoloso è l’uomo”, “nessuno si conosce fino in fondo”, la citazione che viene in mente attiene più al florilegio del “Signora mia...” che non all’omaggio preteso da Fernando Vélazquez Medina: sconcertante. Sconcertante trovare una così minuziosa ricostruzione storica piena di dettagli colti ed ineccepibili ad accompagnare una narrazione così maldestra: tutti i migliori ingredienti (il nuovo mondo, l’avventura, la marineria, il mistero, la religione, la Storia occulta, la formazione dell’individuo) che concorrerebbero ad una saga – magari un feuilleton, ma se fatto bene che ben venga - sprecati nell’incapacità di inquadrare un focus stilistico. Si bascula tra il desueto pomposo e le didascalie di Zagor, con dialoghi irrealistici utilizzati surrettiziamente per fornire al lettore elementi che un discorso diretto non dovrebbe prevedere. Qualche piccola falla di traduzione poi (chi parla spagnolo saprà individuare i troppi equivoci linguistici nella versione italiana), potrebbe aver contribuito alla malriuscita d’un romanzo che, proprio a causa dell’accuratezza delle citazioni storiche, rischia di crollare su una sillaba: se l’io narrante – un vecchio che racconta la propria adolescenza - anziché dire “mezzo secolo prima” (dei fatti da lui narrati, ndr), dice “mezzo secolo fa”, viene destituito tutto l’impianto cronologico al quale l’autore sembra giustamente tenere. Sia che il riferimento riguardi la fondazione di Santo Domingo (1498), sia che si riferisca ai primi insediamenti a Cuba (1511-1515), come avrebbe fatto il protagonista adolescente ad imbattersi in un Francis Drake adulto, considerando che Drake era nato nel 1540, o dichiarare di aver conosciuto Shakespeare, nato nel 1564? Ce n’era abbastanza per scrivere 3 bestseller da 900 pagine l’uno... e invece? In poche giornate di navigazione e due soste a terra, già avviene l’incontro con un mostro marino, con la balena bianca, i pirati (termine erroneamente usato come sinonimo di “corsari”, ma non è la stessa cosa: pirati, corsari, bucanieri e filibustieri sono categorie distinte), i cannibali, i rettili giganti, le città sepolte dei Maya, le sabbie mobili, l’Inquisizione ed altro (“Le cavallette!!!” avrebbe aggiunto Jake Blues...). Poi? Poi tutto termina senza un esito seppur provvisorio, o meglio, termina con un display che lampeggia “Alla prossima puntata!”, senza dare un po’ di verticalità ad una narrazione con intenti evidentemente orizzontali. Un’operazione non scaltra se mirata a far comprare il libro successivo. Probabilmente non al pubblico europeo.



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