Casa di carte

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La critica letteraria sembra moribonda, forse perché viviamo in “un’epoca in cui la letteratura occupa sempre meno spazio all’interno della cultura collettiva”. O forse perché la nobile pratica della stroncatura e del giudizio severo è stata sostituita da giudizi alla melassa e di comodo, con quegli epiteti e aggettivi imbarazzanti che fanno capolino non solo nelle fascette e nelle quarte di copertina (“necessario”, “potente”, “il miglior scrittore della sua generazione”, “spazza tutti via con un incipit”), ma ormai anche su blog, riviste specializzate e recensioni di sedicenti critici. La stroncatura, dicevamo, non è più contemplata, anche perché nel mondo editoriale trionfano i coaguli di influenze e in quello accademico è difficile che emerga una voce fuori dal coro, che si discosti da quell’humus culturale e politico che si potrebbe definire “crocio- marxismo”. Difficile, per esempio, che si metta in discussione Pasolini in un ambito in cui al giudizio sulla qualità della scrittura si preferisce il giudizio sulle idee politiche o sull’impegno, considerato quasi come unico metro di giudizio. Difficile che venga scardinata la trimurti del Novecento Gadda-Montale-Calvino e che si dia merito ad autori come Umberto Saba, Carlo Cassola e Domenico Rea, ricoperti di polvere e dispersi nell’oblio, passati di moda per il loro non essersi adeguati alle mode del periodo post-boom…

Matteo Marchesini scrive per “Doppiozero”, “Il Foglio” e “Il Sole 24 Ore”, ma è soprattutto autore e poeta, avendo pubblicato opere narrative principalmente con Bompiani e Voland. Casa di carte però è balzato agli onori della cronaca ben prima di giungere in libreria per un caso probabilmente senza precedenti: Antonio Franchini, editor di Giunti-Bompiani, ha bloccato la pubblicazione del volume per i giudizi al vetriolo contenuti nelle pagine finali (indirizzati a Scurati, Genna, Wu Ming, Moresco, ma soprattutto Lagioia). Bompiani, in sostanza, non se l’è sentita di pubblicare una raccolta che critica e si fa beffe in maniera piuttosto marcata di autori presenti nel suo catalogo. Marchesini, dopo aver rifiutato di eliminare le pagine incriminate, si è ritrovato a dover trovare un editore, e Il Saggiatore è risultato essere il suo approdo finale. Si è già accennato alla passione di Marchesini per le stroncature (che ovviamente devono essere perfettamente logiche, motivate e inattaccabili, non frutto delle bizze del critico). Pur condividendo il giudizio complessivo sulla critica militante ormai agonizzante, andrebbe forse sottolineato che lanciarsi in un parere troppo severo verso un autore contemporaneo spesso può rivelarsi un boomerang: si citi, a mero titolo esemplificativo, il caso di Guido Piovene che stroncò nel 1927 Italo Svevo, bollando come mediocri i suoi tre romanzi, salvo correggere il tiro e recitare il mea culpa un ventennio dopo. Al di là del piacere che la lettura del libro può suscitare in chi sia interessato all’aspetto critico, forse la parte più godibile a dispetto del contenuto non è tanto la raccolta di saggi vera e propria, quanto la gustosa introduzione dove l’autore si esibisce in un caustico campionario di epigrammi e giudizi tranchant. A proposito dei romanzi poderosi, che per l’autore sono incensati eccessivamente da una certa stampa, Marchesini dice in maniera piuttosto chiara e netta: “anche se il libro è brutto, un lettore paziente tende ad assuefarsi a poco a poco all’atmosfera, finché la stratificazione dei motivi non gli appare in qualche modo giustificata […] Inoltre, una volta che questo lettore ha resistito per seicento, ottocento o mille pagine, è difficile che accetti di riconoscere la sua insulsaggine o inutilità, perché allora dovrebbe contemporaneamente riconoscere di avere buttato parecchie ore del suo tempo”. Il Matteo Marchesini critico è questo, prendere o lasciare, perché intende il ruolo del critico non tanto come un mediatore fra popolo e arte, fra alto e basso, ma come il mestiere difficile di quello che “è semplicemente uno scrittore che parla di opere d’arte e, attraverso le opere, del mondo”. Leggerlo vuol dire addentrarsi nelle anomalie e nelle ingiustizie del Canone, che l’autore vorrebbe rimodellare profondamente, e fare i conti con la sua verve antiaccademica.



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