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Casa di foglie

Fine anni Novanta, Los Angeles. Johnny Truant, apprendista in uno studio di tatuaggi, sta cercando una casa nell’area tra Santa Monica e Silverlake. Il suo amico Lude gli ha parlato cinicamente di un vecchio che abita nel suo palazzo “in un appartamento al primo piano affacciato su un ampio cortile infestato di erbacce” e che secondo lui non ha ancora molto da vivere e potrebbe lasciare libera la casa molto presto, ma Truant ha pensato a uno scherzo di dubbio gusto e alla fine si è trovato un monolocale a Hollywood. Del resto, in quel periodo della sua vita ha altro a cui pensare: le sue notti sono gelide e solitarie, sta cercando di dimenticare una ragazza che lo ha mollato da poco e si è preso una cotta per una spogliarellista che ha il coniglietto Tippete tatuato “appena sotto l’elastico delle mutandine, a neanche un centimetro dalla topa rasata” o, come la chiama lei, “il posto più felice del mondo”. Se non che – qualche tempo dopo – il vecchio vicino di casa di Lude muore davvero. Si faceva chiamare Zampanò, chissà se questo era davvero il suo nome. Probabilmente no. Passava molte ore a girovagare nel cortile del palazzo, circondato da gatti, e così la sua improvvisa assenza è stata notata da parecchi condomini. Hanno chiamato l’amministratore, che ha aperto la casa di Zampanò e lo ha trovato morto, steso a faccia in giù sul pavimento, circondato da cose che non significavano nulla per nessuno tranne lui. Una storia come tante a Los Angeles, ma Lude ha iniziato a notare cose strane: per esempio i gatti che in pochi giorni sono spariti, uno l’ha trovato lui stesso sbudellato. E così convince Johnny a fare un sopralluogo nell’appartamento dove viveva il vecchio. I due trovano tutte le finestre inchiodate e sigillate, un odore intenso che ammorba l’aria (“un misto di sudore, piscio, merda, sangue, carne e sperma ma anche di gioia, sofferenza, gelosia, rabbia, vendetta, paura, amore, speranza e tanto altro ancora”) ma soprattutto parole, parole scritte dappertutto. Nell’appartamento non c’è nulla, ma proprio nulla, su cui non sia scritto qualcosa: “anni e anni di dichiarazioni affidate all’inchiostro, sovrapposte, cancellate, corrette, scritte a mano, a macchina, leggibili, illeggibili, imperscrutabili, chiarissime, lacerate, macchiate, tenute insieme con lo scotch”. Il problema è che Zampanò era cieco. Eppure ha ammassato tutte quelle carte, quegli scarabocchi, quelle parole: sembra non aver fatto altro per anni e anni. Parole che, una volta raccolte, compongono un testo coerente, intitolato La versione di Navidson: nulla di esoterico, a prima vista. Si tratta invece di un dotto saggio (!!) sul documentario omonimo girato da Will Navidson, celebre fotoreporter. Navidson aveva deciso di riempire la casa nella campagna della Virginia nella quale cui si era trasferito da poco con la moglie (ex modella) e i due figli di videocamere e di documentare – come in una sorta di reality show privato – il suo ménage familiare (complicato). Il che è effettivamente avvenuto, fino a che nel giugno del 1990, al ritorno da un breve viaggio, Will e sua moglie Karen non scoprono che in casa c’è una nuova camera, una sorta di cabina-armadio o per meglio dire un corridoio chiuso da una normalissima porta, uguale alle altre porte della casa. Quella stanza non esisteva fino a qualche giorno prima. Nessun movimento è stato registrato dalle videocamere. Non c’è traccia della stanza sulla planimetria della casa. E se si misura la superficie della casa contando i metri quadrati della nuova stanza, si hanno misure diverse da quelle che si possono rilevare dall’esterno della casa. La stanza misteriosa esiste ma al tempo stesso non esiste. Da dove è arrivata? E cosa nasconde?

Per capire quanto qui il “come” sia importante, forse quanto o più del “cosa”, basti sapere che tra l’acquisto del manoscritto da parte dell’editore statunitense Pantheon e l’effettiva pubblicazione del libro, nel 2000, sono passati ben due anni durante i quali Mark Z. Danielewski ha supervisionato passo passo l’intero processo di editing, grafica, impaginazione, assemblaggio e stampa. “La mia visione di inserire il testo sulla pagina - oltre ad essere influenzata da artisti del calibro di E. E. Cummings o forse anche un po’ John Cage - era in realtà cinematografica. Il punto non era solo quello di trovare un posizionamento originale delle parole sulla pagina stampata. Ero molto interessato a come il lettore si muove attraverso un libro. Non ho mai parlato con nessuno che non provi un senso di euforia dopo aver letto, diciamo, cento pagine in un’ora o viceversa non provi una sorta di frustrazione perché gli ci è voluta un’ora per leggere dieci pagine. Così ho iniziato a rendermi conto che il cinema ha un’enorme base di teorie su come controllare la percezione dello spettatore di un film”. E il testo di Danielewski infatti si muove come una telecamera, rallentando, accelerando, girando angoli, zoomando, spostando, dissolvendo. È come se l’autore voglia ribellarsi non solo e non tanto alle limitazioni imposte dalla forma-romanzo, ma anche a quelle imposte dall’oggetto libro tradizionalmente inteso: così diverse linee narrative coesistono nella stessa pagina ma in posizioni asimmetriche e con font diversi; i colori delle lettere sono più di uno e hanno un senso autoriale, non solo estetico. “I libri sono oggetti straordinari, ma in qualche modo le potenzialità analogiche di questi meravigliosi blocchi di carta sono state dimenticate. Da qualche parte lungo la strada, tutte queste possibilità sono state negate. Mi piacerebbe vedere quella percezione cambiare. Mi piacerebbe vedere il libro di nuovo percepito per tutto quello che è realmente”. Va onestamente sottolineato che per rincorrere questa romantica utopia, Danielewski perde autorità e controllo sul testo, che sembra pagina dopo pagina assumere una vita propria, fino a diventare un oggetto – un luogo – del tutto alieno. Su questo fenomeno più paranormale che letterario del resto si è più volte espresso anche lo stesso autore, che ha ripetutamente dichiarato che Casa di foglie è diventato molto più di quello che lui prevedeva che fosse, che non sa spiegare l’energia che emana dal romanzo e il culto che ha generato, che quasi non si rende conto di come ha potuto scrivere un libro così importante (e alcuni gli danno ragione con un pizzico di malevola ironia sottolineando che in effetti le sue prove narrative successive non sono state per nulla all’altezza). Tutto questo e la geniale trovata alla base di una delle due linee narrative del libro (quella sul documentario di Will Navidson) donano a Casa di foglie un fascino irresistibile, mentre la linea narrativa che vede protagonista Johnny Truant e il suo ritrovamento del manoscritto è zeppa di cliché narrativi e stilistici e da sola sarebbe passata inosservata o quasi. Ma sola per fortuna non è, e il lettore si trova quindi immerso in 700 pagine di grande formato, perso in un labirinto che non ha una soluzione, una via d’uscita né una topografia umanamente percepibile.