Che dispiacere

È il 20 febbraio 2019. Il luogo è la tribuna del campo da rugby della squadra Rugby Reno. Sono presenti due ragazzi diciannovenni, Anna e Marcello, che stanno insieme da un paio di anni, anche se qualcosa sta cambiando. È Marcello quello dei due che cambia e tutto sta succedendo da quando ha scoperto le droghe leggere e proprio lui che da sempre rifiuta di fumare ora ne sembra invece molto attirato, al punto da essere arrivato a fare uso di marijuana tutti i giorni. I suoi genitori, Attilio e Martina, due sceneggiatori, sono piuttosto “morbidi” sull’argomento e sul da farsi e pensano, in base alle loro esperienze, che prima o poi il loro figlio capirà e si troverà un’altra “vocazione”. Anna, invece, la fidanzatina, non è per niente indulgente e comincia con le sue solite rimostranze, proprio mentre stanno salendo le scale che conducono alla tribuna dove vanno spesso per baciarsi. La tiritera sembra scontata: “Così non va... Devi crescere... Io certe cose non le concepisco...”. Marcello la segue lungo i gradoni della scalinata piuttosto scocciato. Ma poi la sente lanciare un urlo terrificante. Lì per lì non capisce, finché non vede anche lui il cadavere di un uomo davanti a loro, sull’ultimo gradino della tribuna. Ha una posizione così innaturale, è piegato male su se stesso e ha una grande macchia di sangue sulla schiena. Per entrambi i ragazzi si tratta di una visione scioccante: è il loro primo incontro con un cadavere (avendo ancora tutti i nonni in vita) e per di più morto di morte violenta...

Un’architettura discreta, puntellata di alcune idee curiose, quasi geniali, che nel complesso rendono il romanzo godibile, come quella che dà il nome al libro e che fa riferimento a un periodico che esce in edicola ogni volta che la Juventus perde una partita, con tutti i giornalisti che usano pseudonimi e nel complesso, a parte gli sfottò, hanno una certa classe ed eleganza nel proporre argomenti, nonostante tutto (almeno questa è l’idea che viene data lungo tutto il romanzo). Un periodico che non solo dà il nome al libro di Paolo Nori che per la prima volta si cimenta con un giallo, ma è un po’ il fil rouge che lega tutti i pezzi della storia. E non manca nulla: c’è il cadavere, ci sono le indagini, con i primi indizi che sono sempre troppo facili e non portano mai alla reale conclusione della storia, c’è l’amore, il vicino un po’ “rompi”, un passato non facile e una figlia da crescere, la professione dello scrivere (tra i libri e gli articoli per i giornali), la passione per il calcio, anche se l’omicidio avviene in un campo da rugby. La scrittura è piacevole, la lettura mantiene un sorriso costante, per il brio, le battute e l’ironia nella quale si viene immersi, ma scatena anche l’avidità di conoscere il passo successivo della storia. E - come per le squadre di calcio - si fa il tifo per questo o quel personaggio e fondamentalmente per Marzia, la barista, che prova a trattare il suo Bernardo Barigazzi alla stregua di un salame (grazie all’amica Stefania che sostiene che è meglio un salame dell’intero maiale), ma in realtà colleziona due di picche, uno dietro l’altro e senza mai avere una motivazione che meriti una definizione del genere.

 


 

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