Chiedi alla notte

Chiedi alla notte

Il regista Bob Miller torna al Festival del Cinema di Venezia dopo un ventennio di oblio a base di alcol e psicofarmaci. Viene intercettato dalla giornalista Camilla Sgroi, giunta nella città lagunare con una vecchia marpiona come Clotilde Guerra, dalla quale spera di avere le dritte giuste per un salto di qualità nel giornale dove lavora e che l’ha inviata lì, al Festival, a sue spese. Bob Miller è già pieno di alcol per i tre daiquiri che si è preparato in camera, ma non disdegna di continuare a bere vodka, tanto che sembra non ricordare nemmeno di aver trionfato a Venezia vent’anni prima, nel 1997, con il film Black Monday, con cui ha vinto anche l’Oscar. Ora, dopo il “blackout”, torna con A glorious day, con cui si gioca tutto, ma l’alcol gli scioglie la lingua e gli intorpidisce la mente, così comincia a inveire contro la sua attrice protagonista, Vivi Wilson. D’altronde anche in conferenza stampa ha dichiarato che lei non sa recitare davanti alla stampa di tutto il mondo, ma ora non se lo ricorda nemmeno più. All’improvviso, però, ha un’illuminazione: forse è meglio ritrattare e accenna a un misunderstanding, con un sorrisetto ironico. Comincia a fare complimenti a Camilla, le dice che è un’ottima giornalista, acuta e brillante e con cervello da vendere. Il tutto per salvarsi... il posteriore, mentre continua a bere vodka e parla del romanzo da cui il film è tratto, del nuovo film che ha in progetto sui boss del cartello della droga di Medellin. Arriva ad invitare la Sgroi sul set. E lei ci casca in pieno...

È un rito che si ripete con Antonella Boralevi: resti inchiodata alle pagine finché non arrivi ai ringraziamenti finali e, in questo caso, alla playlist suggerita, ma soprattutto sicura che l’epilogo, con una velocità fulminea, cambierà le carte in tavola dell’intera storia e che dopo mille sospetti la soluzione sarà improvvisa e inaspettata. Un crescendo di emozioni, intrecci, sospetti, rivelazioni con una Venezia ricca e regale nello sfondo, quella delle famiglie bene, del lusso, delle copertine patinate della Mostra del Cinema. Anzi, questo Festival, almeno nella giornata inaugurale, sembra proprio di viverlo in tutta la sua frenesia, tra la concitazione dei preparativi per la cena di gala, la stampa, i personaggi e il red carpet. La capacità descrittiva della scrittrice ci permette di sentirci davvero a Venezia e di viverla nei tramonti del Lido, lo sciabordio dell’acqua, il passaggio delle piccole imbarcazioni, il fluire dei battelli carichi di passeggeri, tra le calli, sotto i ponti e in mezzo alle case, immersi tra i turisti, ma da un punto di vista sempre privilegiato. Non ci si rende conto nemmeno delle puntuali descrizioni, perché ci si trova lì, nella realtà della città lagunare, nel suo incanto e nei suoi misteri, comunque e sempre magia. La storia, anche questa volta ben congegnata, lascia poco spazio all’amore e molto più allo scambio, alla ricerca di compagnia, anche solo per una sera, un momento di solitudine. O forse l’amore c’è, mai sopito e capace di condurre, di ritrovare, di ripensare, di sacrificare, sfondo un po’ nascosto perché, altruista, deve lasciare spazio ad altri sentimenti come l’odio, la rabbia, la vendetta, quei rancori mai sopiti, nascosti tra le bugie e i sorrisi falsi, la benevolenza finta di chi vorrebbe, invece, solo dare sfogo ai propri istinti malefici, covati per una vita intera.



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