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Chisciotte

Chisciotte

In una imprecisata città contemporanea, all’interno dell’Ospedale Miguel de Cervantes Saavedra, più precisamente nel reparto di Psichiatria, si aggira una figura umana senza tempo, vestita soltanto di una lunga e striminzita camicia da notte bianca, con un cappello piumato sulla testa e ai piedi scarponi slacciati: il suo nome è Chisciotte e pare catapultato in tale triste contesto sanitario direttamente da un’epoca molto lontana. Tutto gli è estraneo e incomprensibile: i pazienti che incontra nei corridoi in cui lui riconosce grandi “scrittori e poeti”, il primario dal camice lungo come uno strascico che si dondola su un’altalena nel suo studio, gli infermieri le cui parole suonano come grugniti di cinghiali. Il primario, appurato che Chisciotte con le sue allucinazioni è un “caso disperato”, gli assegna un infermiere personale: Sancio, un giovane con piercing e osceni tatuaggi sparsi per tutto il corpo e con uno “zerbino” al posto dei capelli, che il cavaliere non tarda a definire “latrina ambulante”, non solo per l’aspetto, ma anche per le oscenità che escono dalla sua bocca. Durante una delle sue esplorazioni notturne fuori dalla sua stanza, lungo “i più remoti confini della prigione bianca” in cui è stato rinchiuso, Chisciotte giunge a un altro reparto dell’ospedale: l’Ortopedia. Varcata la soglia di questo nuovo e inesplorato “regno”, Chisciotte scopre con stupore bianche figure aeree, “corpi immobili bianchi avvolti in una sorta di albumi”, appesi e manovrati da monache e infermiere attraverso corde e carrucole. Tra queste una in particolare attira la sua attenzione: è una donna totalmente ingessata, racchiusa in un guscio da cui “dardeggia” e trafigge il cuore del cavaliere “con i suoi occhi luminosi e ardenti come stelle” che escono dalle bende. Chisciotte riconosce in lei la sua amata Dulcinea che, “come sollevata nell’aria e disancorata dal mondo”, si protende verso di lui con uno slancio e un amore “ineffabili”. Da quel momento nulla potrà fermare Chisciotte che avverte fortissimo il richiamo a ricongiungersi con la sua amata e a partecipare a uno straordinario “consesso” di cui ancora non sa indovinare la portata…

Antonio Moresco con il “suo” Chisciotte ripropone il fascino senza tempo dell’eroe di Cervantes, che esplora “regni” lontani a cui attribuisce personali significati. L’autore, come afferma nella Sinossi, ha voluto scrivere un romanzo su un personaggio da lui molto amato, che sente dentro di sé fino all’incarnazione, tanto da voler lui stesso, Moresco, comparire in copertina con il cappello piumato sulla testa. Questo moderno don Chisciotte, catapultato ai nostri giorni, è divenuto paziente di un reparto psichiatrico che rappresenta un po’ la “prigione” in cui tutti siamo costretti e da cui spesso vorremmo uscire, insieme a tante altre anime sensibili, formando uno splendido corteo, come quello dell’eroe e dei suoi compagni di ventura tra i corridoi dell’ospedale. Il libro ha come pubblico ideale quello dei sognatori, di coloro che pensano, forse eroicamente o forse solo ingenuamente come Chisciotte, di poter redimere un mondo in cui ciò che conta, come ricorda il cinico primario, sono “i numeri, la finanza, gli spostamenti fulminei...l’informazione drogata, le rapide comunicazioni in rete che si cancellano le une con le altre”. La rappresentazione di Chisciotte come paziente psichiatrico ci suggerisce inoltre di riconoscere quell’eroe puro e sognatore in tutti coloro che oggi “non hanno più un posto nel mondo”, perché non rispondono ai canoni superficiali di una società sempre più frivola e materialista, forse perché meno belli, meno giovani, meno magri, meno abili… Tra tutti coloro che vengono giudicati pietre di scarto, quando dovrebbero diventare testata d’angolo per la loro capacità “di rompere lo specchio in cui siamo imprigionati e di passare dall’altra parte” e di resistere di fronte alle “forme cangianti” e alle “immagini balenanti” del mondo.