Cho Oyu - La Dea Turchese

Cho Oyu - La Dea Turchese

Con i suoi 8202 metri il Cho Oyu, nella lingua tibetana “Dea Turchese”, è la sesta montagna più alta della terra. Insieme all’Everest, al Makalu e al Lothse, si trova sulla linea di confine tra Nepal e Tibet, così nelle vallate e sugli altipiani del versante meridionale vivono gli sherpa, a nord i tibetani. A circa 6000 metri di altezza, alla base occidentale della montagna, si apre il passo Nangpa La, il più alto del mondo regolarmente utilizzato, nodo cruciale della migrazione storica degli sherpa, da cui hanno transitato da sempre gli abitanti dell’Himalaya per svolgere i loro traffici. I tibetani si recavano al sud per acquistare grano e tessuti, mentre gli sherpa si rifornivano di sale, pelli, lane e yak dai vicini tibetani (anche se dal 1959 è vietato a chiunque entrare e uscire attraverso il valico, posto sotto il controllo delle autorità cinesi). Nel 1952 una spedizione britannica sotto la guida di Eric Shipton, con alpinisti del calibro di Edmund Hillary (che un anno dopo salirà sulla vetta dell’Everest) e George Lowe, tentano l’assalto all’Ottomila, ma si fermano alla base del ripido seracco a 6800 metri. Due anni più tardi, il 19 ottobre del 1954, la spedizione dell’austriaco Herbert Tichy, insieme a Sepp Jöckler, al dottor Helmut Heuberger e a sette sherpa, conquista la vetta senza ricorrere all’ossigeno. È da questo momento che la comunità alpinistica internazionale inizia ad interessarsi al Cho Oyu. Nel 1983 Messner, insieme ad Hans Kammerlander, Michl Dachler ed un gruppetto di sherpa, affrontano l’ascensione del Cho Oyu dal versante sud-ovest, non in cerca di un nuovo record alpinistico, bensì alla scoperta della forza mitica che emana il passo Nangpa La e soprattutto del significato e della sacralità della montagna, da cui gli himalayani si sentono protetti...

Cho Oyu. La Dea Turchese, non è solo la storia della prima ascensione all’Ottomila ad opera di Herbert Tichy, del tentativo dell’inglese Eric Shipton, ancora prima, e dell’impresa di Messner nel 1983. Se fosse solo questo potremmo classificare il testo nel genere della cronaca, vale a dire della ricostruzione cronologica dei fatti, arricchita da stralci di testimonianze dei protagonisti delle imprese. In realtà sfogliando le pagine del libro si apprendono curiosità, aspetti storici e antropologici degli sherpa, che in origine furono degli immigrati in Himalaya, provenienti dalla provincia orientale del Kham, da loro chiamata Salmo Gang (infatti Shar in tibetano significa “Oriente, Levante, Est” e pa equivale a “uomo, persona, gente”, da cui sher-pa, appunto “uomo che proviene dall’Est”). La ricostruzione storica dell’esodo degli sherpa, che deve farsi risalire al quattordicesimo secolo, è ben documentata nel saggio di Fosco Maraini, all’interno del testo. La lettura di questo libro non si rivolge solo agli amanti dell’alpinismo in senso stretto, ma anche a coloro che sono affascinati dalla cultura, dalla storia, dalle condizioni di vita e soprattutto dalla religione di questo popolo, il buddismo tibetano della scuola Kagyupa, la più antica setta del lamaismo, caratterizzato anche da un forte animismo (costoro ritengono che Dei e demoni vivano nelle grotte, nelle foreste, nei torrenti, anche sulle vette più elevate). Arricchiscono il libro un elenco di tutte le ascensioni al Cho Oyu, dal 1954 al 2012, una serie di fotografie dei sahib, così vengono chiamati gli alpinisti impegnati nelle spedizioni, dei portatori sherpa e dei loro capi, i sirdar, dei villaggi e casupole di questa popolazione, dei crepacci e delle creste innevate, oltre ad una ricca bibliografia delle pubblicazioni più significative sugli sherpa, sul Tibet e sul Cho Oyu (per chi volesse approfondire gli argomenti trattati).



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