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Cielo manca

Per Max Pierluigi Cera sul materasso significa che suo fratello Michele compie trentasei anni, e infatti il 4 marzo è uno dei due giorni all’anno, l’altro è il 18 novembre, il compleanno di Max (uno è Pesci, l’altro è Scorpione: non proprio semplice andare d’accordo), in cui si rivolgono la parola: Max e Michele, come Schumacher – e infatti per stessa ammissione del giornalista il fratello è sfrecciato sempre col giro più veloce dalla culla allo sportello del Credito Italiano, mentre a lui è toccato il ruolo di seconda guida, una sottospecie di paria degenerato senz’arte né parte – sono due squadre costrette dal campionato a incrociarsi un paio di volte a stagione, una all’andata e una nel girone di ritorno. Al massimo può capitare qualche turno di Coppa Italia, tipo Natale e Pasqua. Per papà Fernando Michele è la quintessenza della perfezione: a undici anni sa distinguere due Barbera che differiscono solo di mezzo grado e sputa a terra spruzzi di vino sottili come spilli, come il più raffinato dei sommelier, e non con quei volgari getti da annaffiatoio di Max, astemio fino a vent’anni, a quindici tiene la contabilità del negozio, a diciannove prende 60/60 in ragioneria ed è già in banca in doppiopetto, a venti suona la chitarra in chiesa, a ventuno si sposa, a ventidue è padre. Ovviamente, è pure juventino…

La prima edizione di questo romanzo risale al 2004, ma l’ambientazione è ancora antecedente: siamo a febbraio, è il 1997, Max Violanti è un giornalista in carriera, scrive, come sogna chiunque ami lo sport, sulla Rosea, la mitica “Gazzetta dello Sport”, è milanese, ha i nervi talmente tesi che il suo stomaco sta per bruciare a causa di una gastrite che non gli dà tregua, una fidanzata meravigliosa che però sta esaurendo la pazienza e un fratello che invece l’ha già finita, tanto che non è che siano ai ferri corti, quello gli ha direttamente tolto il saluto. Dal punto di vista professionale però senza dubbio l’occasione che gli si presenta è ghiotta: passato da poco al Chelsea dopo gli anni del Napoli e soprattutto del Parma, il vicecampione del mondo a USA 94, dopo i maledetti rigori nella finale contro il Brasile disputata nel catino infuocato di Pasadena con la nazionale italiana di Arrigo Sacchi, Gianfranco Zola, è nella sua Sardegna, dov’è un mito secondo solo all’immenso Gigi Riva, il Rombo di Tuono che nel 1970 ha portato il Cagliari nientedimeno che allo scudetto, e Max lo deve intervistare. Giunge dunque nell’isola a forma di sandalo, che però fino a venticinque-trent’anni fa era purtroppo anche spesso sinonimo di una cosa: sequestri. E infatti l’Anonima sarda, scambiando Violanti per Zola, rapisce il cronista: come talvolta succede, però, da un male può nascere un bene. Garlando, che della Rosea è firma splendente – ha ereditato la rubrica del mai abbastanza compianto Candido Cannavò – e che è dottore in lettere moderne, scrittore e giornalista coltissimo (non a caso colleziona copie della Divina Commedia in tutte le lingue) dalla prosa divertente, ironica, pregiata, lirica, brillante e intensa (solo Gianni Mura, che manca ogni giorno di più, sapeva fare altrettanto), pubblica un romanzo ampio, fluente e sfaccettato sin dal giocoso titolo, che rimanda sia allo scambio di figurine, le cui colorate immagini impreziosiscono e punteggiano il testo, che al buio del covo in cui ci si aspetta che un sequestrato sia recluso contro il suo volere, caratterizzato con precisione e che appassiona per i molti temi, amalgamandone sapori e suggestioni con sapiente abilità.