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Cielo nero

Per l’anniversario del diploma la classe del liceo di Sigurður Óli ha organizzato una rimpatriata. È stata una serata tutto sommato triste, in cui il poliziotto si è spesso domandato se non sia proprio lui quello che ha combinato di meno nella vita tra i suoi compagni di classe: avvocati, ingegneri, medici, pastori protestanti, scrittori e una bellissima consulente finanziaria che per l’ennesima volta ha rifiutato la sua corte. Alla festa Patrekur, uno degli ingegneri e l’unico che Sigurður frequenta ogni tanto, gli ha annunciato di aver bisogno di aiuto per un problema non meglio precisato. Il lunedì successivo infatti il poliziotto incontra Patrekur, accompagnato dal marito della sorella della moglie - tale Hermann - in un caffè vicino alla stazione di polizia. I due uomini paiono in imbarazzo, tergiversano un po’ e alla fine rivelano che Hermann e la moglie praticano abitualmente lo scambio di coppie e che stanno subendo un ricatto proprio per questo. Una coppia con cui hanno fatto sesso, Lina ed Ebbi, “degli emeriti stronzi”, hanno alcune foto e un video delle loro performance sessuali a quattro e minacciano di pubblicarle online se Hermann e la moglie (che è impegnata in politica ed è l’assistente di un ministro) non pagano una bella sommetta. Patrekur prega Sigurður Óli di aiutare la coppia convincendo i due ricattatori a smetterla…

Come già accaduto in passato con la meditabonda Elínborg, Arnaldur Indriðason dedica uno spin-off della sua saga sui poliziotti islandesi ad un collaboratore di Erlendur Sveinsson, il giovane Sigurður Óli, innamorato della cultura a stelle e strisce e anima “fatua” della squadra. Un manesco Tom Cruise dell’estremo nord dal quale certo non possiamo attenerci indagini speculative e riflessioni esistenziali profonde, qui alle prese con una brutta storia di ricatti e omicidi nel mondo dello scambismo. Una realtà molto diffusa nei Paesi nordeuropei, come è noto assai più liberi e libertini - malgrado l’aplomb algido - dal punto di vista sessuale di quelli mediterranei. Immagino che l’autore abbia inteso questo romanzo come una “vacanza” dai suoi consueti temi e dal suo stile compassato e meditabondo, qui messo tra parentesi per lasciare spazio a cliché del thriller e ad un approccio più convenzionale, più “americano”. Una scelta comprensibile ma che non può non deludere i fan, che apprezzano proprio la gelida “diversità” dei gialli di Indriðason.