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Cinema e spettri del terzo Reich

Cinema e spettri del terzo Reich

Il quadro di riferimento è articolato; se si vuole cogliere il prototipo e l’apoteosi del film espressionista questo è senza dubbio Il gabinetto del dottor Caligari (1919) di Robert Wiene, romantico (non in senso amoroso, ça va sans dire) e irrazionale, che conduce lo spettatore in una dimensione onirica e fantastica, in un contesto allucinato, reso ancora più sconcertante dalle scenografie particolarissime dalla geometria non euclidea, con abitazioni dalla forma ondeggiante, strade a serpentina che diventano discese impervie, vicoli ciechi, ombre minacciose che proiettano lo spettatore in un mondo distorto, quello della mente malata di Franz, il narratore da cui prende avvio il racconto, e che riecheggia sia le opere di Kirchner sia le scenografia futuriste di Enrico Prampolini in Thaïs. La recitazione antinaturalistica e straniata e le varie maschere di pazzi e criminali che si muovono nel film contribuiscono alla potenza visiva delle immagini la cui originalità risiede nell’utilizzo in stile teatrale delle scenografie e delle quinte. La vicenda ha marcate valenze metaforiche e rimanda alla situazione politica e ideologica europea, tanto che il film, anche per questo motivo, fu accolto con considerevole interesse sia in Francia che negli Stati Uniti d’America. La pellicola è la storia di un omicida che si serve di un sonnambulo per compiere i suoi delitti e che, una volta smascherato, fugge in un manicomio divenendone il direttore. I forti risvolti ideologici di questa vicenda orrorifica, dove la clinica psichiatrica altro non è che un microcosmo governato da un folle simboleggiante la condizione dell’istituzione statale governata da criminali e aguzzini, vengono a trovare una sorta di accomodamento nel finale, nel quale emerge che tutta la vicenda è stata il frutto della fantasia sbrigliata e malata di un pazzo. Come a voler ridimensionare l’impatto fortemente accusatorio del film…

Il bambino col pigiama a righe, Il portiere di notte, Kapò, Notte e nebbia, la monumentale Shoah di Lanzmann, dieci fluviali ore di interviste a sopravvissuti ed ex-nazisti, testimonianza precipuamente orale, che si fa paradigma del rigore, che evita ogni manipolazione artificiosa, affidandosi ai volti e alla concretezza insostituibile del testimone reale. Ma anche: Salon Kitty, La notte dei generali, La vita è bella, Vogliamo vivere!, Essere o non essere, Schindler’s list, Train de vie, Jacob il bugiardo, Jona che visse nella balena, Vincitori e vinti, La nave dei dannati, Il pianista, La rosa bianca, The reader, Il grande dittatore, Bastardi senza gloria, Odessa, Il maratoneta, I ragazzi venuti dal Brasile… Il saggio di Lasagna è ampio, semplice, divulgativo, chiaro, documentato, una esegesi compiuta, contestualizzata ed esaustiva (con qualche refuso di troppo: “un’assassino” a pagina 13 fa accapponare la pelle!) che attraversa numerose epoche, molte correnti artistiche, ognuna espressione del suo tempo e della sua società, e varie cinematografie, analizzando i punti di forza e debolezza di ogni progetto: il nazismo, il totalitarismo, Hitler e i suoi perfidi sodali sono elemento costitutivo di molto cinema. Perché il mezzo di comunicazione di massa è potentissimo veicolo di contenuti. Perché raggiunge tutta la popolazione. Perché con la sua immediatezza colpisce l’immaginazione, e si imprime in essa. La dittatura usa il cinema come tramite di propaganda, che è il fondamento della sua prosperità. Il mondo libero ne fa, a più livelli (documentario, psicanalitico, narrativo…), testimonianza. Ricordo. Monumento, in senso finanche etimologico. Perché non si può e non si deve dimenticare. Perché quando non vi saranno più i testimoni diretti si correrà un rischio ancora più alto di quello che già la società si trova a vivere per colpa dei negazionisti, che si ostinano a ribattere all’evidenza. Perché chi non rammenta rivive, è il suo destino, la sua condanna.