Colloqui con Mussolini

Quando si entra nella enorme Sala del Mappamondo di Palazzo Venezia – è lunga venti metri, larga tredici e alta altrettanto – si scopre con sorpresa che è del tutto vuota. “In lontananza, quasi si dovesse usare il binocolo per vederlo, si scorge ad un tavolo, sotto una lampada, il contorno della testa di un uomo che scrive”. Quell’uomo è Benito Mussolini. Non ha l’abitudine di alzarsi e andare incontro a nessuno dei suoi ministri o funzionari, ma con Emil Ludwig lo fa. È il marzo 1932 e il giornalista straniero ha ottenuto il privilegio di incontrare in forma privata il dittatore italiano ogni pomeriggio per raccogliere sue dichiarazioni da pubblicare in un libro-intervista che promette di battere tutti i record di vendita. Sulla scrivania di Mussolini “domina l’ordine pedantesco del vero lavoratore. (…) Dietro di lui, su di un tavolinetto, giacciono i libri di cui in quel momento si serve o che sta leggendo, e luccicano tre telefoni. (…) Ciò che da lui emana è ciò che emana dalla sala stessa: la calma d’un essere che ha molto vissuto. (…) Mussolini è un uomo della più squisita cortesia, come tutti i veri dittatori”. Ludwig parte subito con le domande: vuole innanzitutto scoprire se la povertà e la fame che hanno segnato l’infanzia dell’uomo che è diventato il Duce lo hanno educato, e in che modo. E che allievo è stato alla scuola del soldato e del giornalista? Come fa un ex socialista che ha fatto anche la galera per le sue idee a sbattere egli stesso in galera i suoi ex compagni di ideologia? Non dovrebbe forse invece essere tollerante, “ricordando le sue prigioni”? Le domande si fanno sempre più scomode e provocatorie. Nel 1938 Mussolini a un giornalista francese dirà: “Già, Ludwig. Entrava ogni giorno in questa sala con la pistola in pugno, me la puntava contro e mi chiedeva: Che opinione ha della gloria? Della morte? Dell’Europa?”…

L’idea di realizzare un libro-intervista a Benito Mussolini, che nel 1932 – tre anni dopo il plebiscito – era all’apice del consenso in Italia e in Europa era considerato, malgrado la dittatura, un equilibratore e uno statista affidabile, sembrò sin da subito ad Arnoldo Mondadori un’impresa non facile da realizzare. Farlo intervistare poi a Emil Ludwig, giornalista di area diciamo “liberal”, di origine ebraica e per nulla estimatore di Mussolini, celebre autore a quel tempo di biografie di Napoleone, Goethe, Bismark e Lincoln nonché reduce da una intervista l’anno prima a Josif Stalin, pareva all’editore cosa praticamente impossibile. Invece la richiesta fu accolta “benignamente e senza indugio”. Era quasi scontato poi aspettarsi che Mussolini – dato che le sue risposte avrebbero avuto un’eco mondiale e sarebbero state riprese dai giornali – volesse ricevere le domande di Ludwig in anticipo, e invece anche qui Mussolini inaspettatamente declinò l’offerta, accettando di buon grado “domande a sorpresa”. Ludwig fu ricevuto tutti i pomeriggi, per quasi due settimane, a Palazzo Venezia: ogni volta circa un’ora di colloquio a quattr’occhi con il dittatore, con il giornalista tedesco armato solo di un taccuino per gli appunti. Chiuso il ciclo di incontri, Ludwig si ritirò nella sua villa nei pressi di Ascona e per un mese lavorò alla stesura del manoscritto, in tedesco, che fu subito sottoposto a Benito Mussolini, che aveva apportato di suo pugno solo “alcune insignificanti modificazioni”, autorizzando la traduzione in tutte le lingue. Mondadori era assai perplesso, come rivela nella sua prefazione all’edizione 1950 del libro: “Era evidente c’egli non aveva menomamente avvertito le sia pur lievi insidie” nascoste nelle risposte che aveva dato a Ludwig sui vari temi di politica interna ed estera. Per prudenza quindi fece avere al Duce le bozze di stampa in italiano, segnalando con una lettera alcuni passaggi a suo parere “piuttosto scabrosi”. Qualche giorno dopo ricevette l’invito a recarsi a palazzo Venezia. Lo accolse Mussolini agitando le bozze e urlando “Il vostro Ludwig è un somaro!”, al che l’editore si sentì morire: le sue paure erano dunque confermate? Il dittatore in realtà però ce l’aveva con un commento assolutamente trascurabile alla Vita di Gesù di Renan a suo dire travisato da Ludwig, ma aggiunse subito dopo: “Comunque il libro è interessante e risponde per il novantanove per cento al mio pensiero e a quanto ho detto”. Diplomaticamente ma ostinatamente Mondadori riportò il discorso sui passaggi a suo dire delicati, ma il Duce lo rassicurò in pieno e diede il suo assenso alla pubblicazione, chiedendo solo due copie in omaggio. Raggiante, l’editore mandò in stampa il libro, pregustando l’ovvio travolgente successo di vendite. Ma non erano trascorse ventiquattro ore da che Mussolini aveva avuto le sue due copie sulla scrivania, che Mondadori ricevette la telefonata minacciosa e scandalizzata di Polverelli, capo dell’Ufficio stampa del Duce, che annunciava che Mussolini era “fuori dai gangheri” per motivi ignoti e che la vendita del libro era da ritenersi proibita. L’editore, che sapeva di aver avuto un comportamento non solo irreprensibile ma più che prudente, protestò vibratamente e pochi giorni dopo Mussolini gli fece sapere – tramite il dottor Sebastiani, suo vice segretario – di essere “autorizzato a mettere in vendita l’edizione, ma non una copia in più” delle 20.000 già stampate, destinate peraltro ad andare esaurite in pochi giorni. Il Duce fece avere a Mondadori una nuova versione censurata del volume dopo pochi mesi, ma “ormai l’interesse del pubblico a quest’opera si era in gran parte esaurito” e quindi ne furono stampate solo poche migliaia di copie, comunque tutte vendute in pochi giorni. La guerra ha fatto cadere i Colloqui con Mussolini nell’oblio: nel 1950, come detto, sono stati ripubblicati in versione originale (con tanto di fotografie delle correzioni autografe del Duce) ed è quella edizione che Castelvecchi fa tornare in libreria. È un Mussolini diverso da quello iconico di innumerevoli documentari e saggi storici, sedimentato nell’immaginario collettivo, quello che emerge da queste pagine: ubriaco di consenso, sornione, ancora lontano da Hitler e convinto che non ci sia un concreto pericolo di guerra in Europa e persino apparentemente “ben disposto” (!?) verso una serie di concessioni democratiche che donino alla sua dittatura – per nulla demonizzata oltre i confini italiani, peraltro – un volto più “umano”. È questa la principale attrattiva dell’intervista di Ludwig, che per il resto non offre spunti memorabili.



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