Come eliminare la polvere e altri brutti pensieri

Come eliminare la polvere e altri brutti pensieri

Inizio anni Ottanta. Un Pazzo parla piano, sottovoce. Le sue parole sono flebili come pensieri, eppure s’accumulano determinate, come polvere. Un Pazzo, fuori dal “suo” manicomio ormai chiuso, lontano dalle percosse, dai secchi d’acqua in cui lasciarsi affogare, chi è? Un uomo come tanti, ossessionato da una maledetta nota stonata. Una donna che ha dovuto scegliere, che non ha potuto essere tutto quello che sognava, perché, forse, non aveva abbastanza forza per volerlo davvero. Un Pazzo che, un giorno, al mercato comincia a darle di santa ragione. Un uomo stufo della sua vita, del suo lavoro. Una donna che anela disperatamente a una rinascita. Un’armonia ormai perduta da tempo, vite tutte da riaccordare, mentre le singole note, orfane, stentano ancora a legarsi e a far musica, quella vera…

Daniele Germani, che dopo Manuale di fisica e buone maniere torna a sorprenderci, fa i conti con il delicato tema della pazzia, partendo proprio dal periodo in cui la legge Basaglia chiuse le porte dei manicomi. Il Pazzo è uno, nessuno e centomila. È tante voci – che non sanno comunicare tra loro –, tanti sussurri in uno. Tante storie vere ai suoi occhi. Tanti vissuti che si sovrappongono, come cerchi concentrici in uno stagno dopo il lancio d’un sasso. Quei granelli di polvere che danzano nella sua testa, creando ombre, sono la sua vita, il suo tutto. Come per uno scrittore i suoi personaggi. Il Pazzo può riscrivere le sue storie e viverle. Partorisce mondi che, in fondo, non vuole gli vengano spenti. Non vuole guarire, non vuole far morire quelle sue vite perché dipendono da lui, che ne è insieme burattinaio e burattino, regista e attore. Il tutto avviene in una città (quasi calviniana) che è un non luogo (come la mente di un folle), che non ha identità perché potrebbe essere tutte le città e nessuna. Con una struttura coraggiosa, con un pensare niente affatto leggero – che perfettamente si cala nella testa del Pazzo, lasciando al lettore uno straniante senso di claustrofobia – Daniele Germani ci restituisce la musica stonata della follia.



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