Come il vino ti cambia la vita

Non una storia del vino, ma storie di persone che il vino lo producono con scelte che non percorrono il Corso Principale, con le difficoltà che ne derivano: Gianluca Bisol, produttore e promotore del Prosecco, apre alla produzione di una vite superstite: la Dorona, un antico vitigno della laguna di Venezia. Ne fa un bene di lusso, costruendo attorno alla fama del suo Venissa (non l’ho provato), un ristorante ed un albergo diffuso, coinvolgendo le associazioni locali in iniziative del cui sistema economico pare ne benefici l’intera comunità. Albino Armani punta invece sull’identità sociale in Val d’Adige e, col vitigno Casetta, inverte la tendenza alla produzione di vini da “contoterzisti”, vini da conferimento all’ingrosso, dando un’identità a quella che gli altoatesini chiamavano con spregio “Lambruscandia”. Leonardo Beconcini a San Miniato (Pisa), trova un’uva misteriosa che battezza “X” e che, dopo anni di analisi si rivela essere…Tempranillo! Lo storico vitigno spagnolo, base dei famosi Rioja. D’altronde San Miniato era sulla via Francigena, tra Roma e Santiago, qualche pellegrino ce l’avrà portato… Ci si mette la burocrazia, il Registro Nazionale delle varietà di vite: ci vorranno anni prima che Beconcini possa imbottigliare e vendere il suo Tempranillo che battezzerà “IXE” alla toscana (ottimo, onesto) in memoria dell’anonimato. Claudio Quarta, esperienza di Dirigente di alto profilo, lavora negli USA, lascia tutto e torna in Puglia per dedicarsi alla passione del vino. Ha grandi progetti, riqualificazione di cascine storiche, creazione di una rete produttiva, eventi culturali, un piccolo museo, un’area ricettiva, sviluppo del turismo con opportunità d’impiego per la comunità: il tutto si arena per tre anni nelle conferenze dei servizi del Comune di Taranto. Il suo progetto basato su energie rinnovabili e geotermia non è degno dell’attenzione dell’assessore all’Ambiente. Claudio viene contattato da chi “può risolvere il problema”. Rifiuta. Dopo quindici anni il suo progetto vaga ancora tra i campi dell’utopia. Ridimensiona le sue velleità, ma non rinuncia a produrre il suo eccellente Negroamaro. Elisa Dilavanzo è avviata ad una carriera nello show business e guadagna bene, ma sente che quella non è la sua strada. Torna alla sua terra tra i Colli Euganei, si diploma all’Ais, lavora nel mondo del vino ma non ha una vigna di famiglia. Quando il caso le offre l’opportunità di collaborare con un proprietario fondiario, punta caparbiamente sul più bistrattato dei vitigni, il Moscato Giallo, per produrre il Colli Euganei Fior d’Arancio: il vino che “piace alle donne e a chi non capisce di vino”. Declina poi il Moscato Giallo anche in altre versioni (Metodo Classico Brut, ancestrale e passito, fantastico il Fior d’Arancio spumante dolce) tra lo stupore generale… Elena Fucci è di Barile, Vulture, paesi e terre in dismissione dalle quali i giovani vanno via. Quando si paventa l’ipotesi di vendere la vigna del nonno nella quale è inclusa la casa in cui abita con la famiglia, è la mera paura di lasciare quella casa che la spinge ad andare a Pisa a studiare Agraria per poi tornare a Barile e mantenere vigna e casa. Ora produce un Aglianico di tutto rispetto…

Laura Donadoni è, tra le altre cose, giornalista professionista e la sua scrittura agile, concreta e disinvolta, fa centro al primo colpo riuscendo, grazie alla lunga introduzione nella quale racconta la propria storia, a creare subito empatia con il lettore. Ci narra di identità perdute e ritrovate, partenze e ritorni, tenacia, rinascita. L’autrice, di partenze ne sa qualcosa (la sua è stata forzata, ve lo racconterà lei), ed ora che vive negli Stati Uniti dove svolge, tra le altre cose, l’attività di Vinitaly International Ambassador, usa il vino come un elastico che può far tornare indietro, per quanto ci si allontani. E come mossa da un elastico, Laura continua a fare la pendolare con l’Italia (tornerà per restare?) per promuovere “narrando”, il vino italiano per conto della sua agenzia di promozione negli States. Sei storie fatte di scelte non scontate, talvolta rischiose, il cui effetto è stato salvare un vitigno, una comunità, le proprie inclinazioni o la propria casa, contribuendo indirettamente anche al futuro del Paese. Storie di coraggio, scelte difficili e tante difficoltà per approdare a belle realtà, vero. Si sarebbe dovuto solo fare, e lo dico con tutta la bonomia, solo un po’ d’attenzione a non impartire la facile lezioncina “Basta avere il coraggio di lasciare un porto sicuro (…) per scoprire un’altra opportunità che, a volte, è proprio sotto i nostri occhi”: le storie narrate appartengono a persone - escludendo la Dilavanzo - che già avevano ettari di vigna ereditati (Bisol 177) ai quali dedicare un decimo o meno di esperimento ardito, continuando la produzione commerciale col resto del fondo; altri con secoli di viticultura familiare alle spalle (Armani dal 1607), altri con patrimoni che hanno paracadutato il margine di rischio. A chi parte da zero e non ha alternative, sconsiglierei di indebitarsi per qualche ettaro, giocandosi il tutto per tutto con scelte arrischiate. È la stessa Elena Fucci a rispondere a pag. 169 “(…) un giovane con genitori operai metalmeccanici, per esempio, come fa a inventarsi da solo di avviare un agriturismo o un’azienda agricola dal nulla? Non ci nascondiamo”. Detto questo, il libro risulta coinvolgente, interessante, caldo, ed ha il pregio di accendere la curiosità. Quella del Dorona, oggetto peraltro di controversie che il lettore vorrà approfondire, non me la toglierò mai: non me lo posso permettere. Personalmente – e questa è una considerazione del tutto soggettiva - trovo la storia della Dilavanzo la più interessante, anche dal punto di vista enologico. Da appassionato di Moscato in tutte le sue varietà e declinazioni, ricordo che negli anni ’80 era difficoltoso trovare un buono spumante dolce, e ci si sentiva mettere in dubbio la propria virilità per quel “vino da vecchie zitelle”. Tutto questo mentre mezza Italia stappava il Prosecco col Panettone… per troppo tempo ed ancora, il prodotto ottenuto dai vari Moscato si trova ad essere “Cenerentolo”. Elisa Dilavanzo ha dato un buon esempio: basta allevarlo bene e non vinificarlo con la mano sinistra… Grazie a Laura Donadoni per le scelte non scontate e per il pathos della narrazione. Attenzione però: che la narrazione, la bella favoletta, non sia preponderante rispetto alla materia.

 


 

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