Come in una tomba

Come in una tomba

Glielo aveva detto il capitano al momento del congedo, “Ora che hai lasciato l’esercito ti sarà necessario quello che ai tempi di mio nonno si chiamava un maggiordomo o un cameriere. […] Ma avrai bisogno di qualcuno che si prenda cura di te, ormai…”. Dopo nove anni, il reduce di guerra Garnet Montrose, ventisei anni, è tornato nella casa di famiglia in Virginia, orribilmente sfigurato dopo essere sopravvissuto miracolosamente ad una esplosione nel mare della Cina Meridionale che ha ucciso i suoi compagni saltati in aria con lui; totalmente coperto da chiazze e cicatrici sul corpo e sul viso – come ha scritto all’inizio di un diario che poi ha bruciato “Adesso sono color spremuta di more” -, è tormentato da dolori e crisi improvvise di varia natura che necessitano dell’intervento di qualcuno che lo aiuti, per esempio massaggiandogli i piedi quando il gelo crescente ad un tratto comincia a paralizzarlo progressivamente. Ma trovare anche uno schiavo disposto a svolgere questo compito diventa una impresa difficile, tutti quelli che rispondono all’inserzione sul giornale e si presentano al colloquio, dopo aver visto il giovane, scappano in preda ai conati di vomito. Garnet è abituato all’effetto che ha sulle persone, anche se è la cosa che gli fa più male di tutte, ed è con certo stupore che trova due ragazzi in grado di tollerare la sua vista e disposti a stargli vicino, il nero Quintus Perach che gli massaggia i piedi e gli legge i libri della vecchia biblioteca del nonno – non gli importa l’argomento, a volte il giovane reduce non ascolta nemmeno cosa Quintus gli legga, gli basta che le parole lo calmino – e il biondo Potter Daventry, un fuggiasco dello Utah, probabilmente un assassino, dal sorriso affascinante sulla bocca priva degli incisivi, che ha il compito di portare le sue lettera alla vedova Georgina Rance, in fondo alla strada. La giovane (due volte) vedova è l’amore della sua adolescenza, e adesso scriverle, con la sola speranza che lei non si spaventi e sia disposta a leggere i suoi messaggi, è la sua sola ragione di vita; un tentativo, più o meno inconscio, forse, di riprendere la vita dal punto in cui si è interrotta tanti anni prima con la partenza per la guerra. Scrivere alla vedova Rance è l’unica cosa che dà un senso alla sua vita, certo, ma presto Quintus e Daventry diventano i due unici veri contatti con la realtà, un appiglio che lo tiene appena fuori da quella tomba che è la sua esistenza, quella sorta di limbo nel quale Garnet non è morto ma non è nemmeno vivo. Oppresso dalla nostalgia di un passato perduto per sempre, è ancora un altro brandello legato al passato a concedergli qualche attimo e ombra di felicità, un segreto che custodisce gelosamente e che di notte lo fa uscire di nascosto di casa e attraversare bui sentieri di campagna. Chissà quanto inconsciamente cercato e provocato da Garnet, ad un certo punto tra lui Georgina Rance e l’enigmatico Daventry dal dolce sorriso sdentato si crea un triangolo ambiguo che cela legami più profondi di quelli che mostra. Ma lo sfratto dalla vecchia casa di famiglia non è l’unica sciagura che incombe su Garnet e sugli altri protagonisti di questa storia. Un insolito quanto spaventoso uragano sta per colpire la Virginia, per capovolgere ogni cosa e rimettere tutto, in qualche modo al suo posto…

A distanza di trent’anni dalla prima edizione italiana a cura di SE del 1990, all’interno di un progetto che intende riproporre le opere dello statunitense James Purdy (1923 – 2009), figura assolutamente atipica nel panorama letterario d’oltreoceano, un “outsider” come lui stesso si è definito, che del grande sogno americano ha raccontato con disincanto il volto più oscuro -, l’editore Racconti pubblica questo che è considerato il suo migliore racconto. Terribile e commovente allo stesso tempo, è la storia di un giovane che torna dalla guerra orribilmente sfigurato, in tutto il corpo la carne viva color mora, come senza pelle, che lo rende esposto fisicamente; ma Garret è totalmente esposto anche psicologicamente ed emotivamente, “come prosciugato di qualsiasi cosa”, non ha più nemmeno i dotti lacrimali e non può neanche piangere. In questo, come in tutti gli scritti di Purdy, è la natura umana stessa ad essere messa a nudo, rivelata nel suo infinito senso di inadeguatezza, come in una condizione di esilio perenne. Come in una tomba ebbe difficoltà ad essere pubblicato perché ritenuto scandaloso. Eppure è, in fondo, una favola decadente dai toni vagamente gotici, eppure parla d’amore, come quasi tutti gli scritti di questo autore che ha scritto romanzi, racconti, poesie, commedie. Ma Purdy parla d’amore in termini non convenzionali, piuttosto ossessivi, il suo linguaggio è violento, crudo. La filosofia che è alla base della sua concezione dell’amore, ispirata certamente dalla tragedia classica, si fa più chiara in queste parole tratte da una intervista concessa a Livia Manera Sambuy, “Sono convinto che Eros sia un dio violento. Mentre questi borgesi pensano che l’amore sia come mangiare panna montata… Ma i Greci sapevano tutto. Se la gente leggesse i Greci e la Bibbia saprebbero tutto sulla natura umana”. Eppure, con tutta probabilità, non è nella sua spietata crudezza il motivo per il quale è stato tenuto sempre a margine nell’ambiente letterario americano. La vera grande “colpa” di James Purdy è aver guardato al sogno americano con disilluso scetticismo, di averlo rivelato come un bluff, come un sogno diventato un incubo. Una colpa grave, questa, agli occhi di chi di quel sogno ha fatto un mito, e se non è finito totalmente nell’oblio è stato soltanto grazie a cultori appassionati. “C’è chi dice che i miei libri sono troppo tetri – ha detto – io non sono d’accordo. I miei libri liberano i lettori dalle loro false illusioni”. Appunto. Purdy ha raccontato così, in una intervista, la genesi di questo racconto lungo, scritto dopo la fine della guerra del Vietnam, nel 1976, “Sul finire della guerra in Vietnam ricevetti una telefonata da una infermiera di un ospedale per reduci di guerra di New York. Mi parlò di alcuni di loro che dopo aver letto i miei libri volevano conoscermi. Così ebbi modo di incontrare vari reduci più o meno invalidi, più o meno deformati, più o meno sani, più o meno rovinati dalla guerra. […] Non avrei mai potuto scrivere il libro senza averli conosciuti, aver assistito alla loro agonia, visto le loro pene ed esplorato il loro animo. […] È ambientato in Virginia perché molti di quei reduci venivano dal sud degli Stati Uniti, in particolare della Virginia”. Ha poi aggiunto di aver riscritto più volte il libro mettendoci un anno, a causa della difficoltà di scrivere in prima persona qualcosa che non era autobiografico, “Un esercizio di ventriloquismo letterario”, lo ha chiamato. A proposito della sua scrittura poi, in una intervista a Daniele Brolli ebbe a dire: “Mi piace scendere in profondità. Tutto ciò che tocca gli esseri umani ci riguarda troppo da vicino per potere essere trascurato, in qualsiasi sua forma, anche quelle normalmente considerate atroci”. La prosa delle storie anticonvenzionali e “forti” di James Purdy - amato da autori diversi tra loro come Jonathan Franzen e Gore Vidal – è, senza timore di abusare dell’aggettivo, perturbante, funzionale al racconto della crisi d’identità dell’uomo, del suo senso di emarginazione, e a quello delle ambientazioni e situazioni ambigue, sporche, e delle passioni violente e carnali che animano i suoi personaggi. Vietato non provare a conoscere questo autore, troppo a lungo emarginato dall’ambiente letterario e dalla critica, alla quale, come ad altri in altre occasioni, non ha lesinato il suo disprezzo: “Il romanzo è una bugia che è spesso vera, mentre il giornalismo è una verità che è spesso falsa”.



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