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Contro un mondo senza amore

Contro un mondo senza amore

Nahr vive in un Cubo di pochi metri quadrati, la sua cella. È stata arrestata dall’esercito israeliano e adesso è una prigioniera politica. Le sole visite che riceve sono quelle degli attivisti per i diritti umani e dei giornalisti interessati alla sua storia; le chiedono se è vero che è stata violentata da un gruppo di uomini la notte in cui Saddam Hussein ha invaso il Kuwait e se è una terrorista. Non sa da quanto tempo è detenuta, perché lì dentro il tempo non esiste e non crede di poter riuscire a rivedere il suo Bilal, suo fratello Jehad, sua madre e sua nonna. Nahr è nata in Kuwait da una famiglia palestinese che ha vissuto l’esilio dalla terra natia nel 1948, a causa di Israele; il suo vero nome è Yaqoot, perché suo padre alla nascita l’ha registrata così, col nome dell’amante e per questo si è sempre fatta chiamare Nahr. Nahr balla come nessun altro, il ballo è la sua unica religione, il suo talento più grande e con i suoi movimenti riesce ad ammaliare chiunque. Dopo un breve matrimonio, alla soglia dei vent’anni, si ritrova sola e abbandonata dal marito, ma è in quel periodo che conosce Um Buraq, una donna molto più grande di lei, con uno spazio tra i denti davanti, una risata che scalda il cuore e la reputazione di essere poco rispettabile, anche lei abbandonata dal marito. Una sera Um Buraq invita Nahr ad una festa mista, le dice di scegliersi un nuovo nome e così si battezza come Almas. In quell’occasione scopre che Um Buraq gestisce un giro di prostitute e lei diventa una di loro. Senza averlo voluto, Nahr si ritrova a vivere una vita segreta, fatta di feste clandestine, violenze e vergogna, ma con i soldi guadagnati può risanare le finanze della famiglia e aiutare il fratello ad andare all’università...

Susan Abulahwa, scrittrice palestinese, ci porta ancora una volta a vivere il dramma della recente storia del medio- oriente, così come aveva fatto con il romanzo Ogni mattina a Jenin. Contro un mondo senza amore si presenta come un atlante della vita di Nahr e alterna la narrazione della claustrofobica geografia del Cubo, con i flashback che ripercorrono gli spostanti di Nahr, costretta a viaggiare tra Kuwait, Iraq, Giordania e Palestina. Il Cubo ci viene presentato come un ambiente quasi orwelliano (le telecamere che la sorvegliano, l’acqua della doccia che si aziona a sorpresa e per soli sette minuti) che rendono la sua descrizione ancora più inquietante: Nahr e Winston Smith condividono la natura di rivoluzionari e di prigionieri di un sistema che li controlla e che punta a farli cedere. Gli eventi della storia medio-orientale scandiscono la vita di Nahr, e Abulhawa ci mette faccia a faccia con una serie di drammi che la protagonista esperisce sulla propria pelle: l’esilio, la ricerca di un posto da chiamare casa, la violenza e lo sfruttamento sessuale (reso sfaccettato e non banale dalla presenza di Um Buraq), la guerra, l’assenza di processi per i prigionieri e le condizioni disumane nelle carceri, la paura per i propri amici e familiari. Sono tanti gli insegnamenti che si possono ricavare dalla vita della forte Nahr, ma sicuramente il più importante è che vale la pena passare da tutti i tormenti causati dall’uomo, finché fuori c’è un mondo pieno di amore per cui vale la pena non arrendersi.