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Cose che si portano in viaggio

Cose che si portano in viaggio

Katia è appena una bambina la notte del 1956 in cui suo padre non rincasa e non mette legna nella stufa. Anche da adulta, ricorda quella notte come la più fredda di sempre, nella casa in cui è nata e cresciuta a Berlino Est. Katia vive con la sorella più piccola, Martina, e i due genitori, due esuli spagnoli scappati dal proprio Paese per sfuggire al regime del dittatore Francisco Franco. A casa, le bambine parlano in spagnolo con la mamma e in tedesco col padre, crescendo come una delle tante famiglie che vivono dall’altra parte del muro. A Est, niente è semplice: Katia fin da piccola comprende che la ricchezza sta tutta dall’altra parte, a Ovest, dove intere scolaresche organizzano delle gite solo per il gusto di affacciarsi da un balcone e lanciare cibo dall’altra parte del muro, come se loro fossero degli animali. Katia cresce, ascolta musica che arriva illegalmente da Ovest, vede arrivare lettere scritte in spagnolo e dal contenuto misterioso e, poco più che maggiorenne, si innamora. Lui è Johannes, un ragazzo biondissimo e misterioso che appare e scompare senza un preavviso, attraversando il muro solo per vederla. Il rapporto tra i due è strano, ma abbastanza forte da convincere Katia a fare il grande passo: scappare e raggiungere Berlino Ovest illegalmente, tra documenti falsi, mani da afferrare nel bosco e la promessa di un futuro molto più radioso. Quello che Katia non considera è il vuoto che le si scaverà nel cuore a partire da quel momento, perché le cose che si portano in un viaggio simile sono poche, ma i ricordi sono tantissimi...

Le vicende narrate dalla giovane autrice spagnola, classe 1981, sono chiaramente autobiografiche se si considera il titolo in lingua originale (La hija del comunista, cioè La figlia del comunista). La stessa Aroa è stata, a suo tempo, figlia di un comunista attivo durante la Guerra Civile spagnola e questo è, senz’altro, il filo conduttore che il lettore segue in tutto il romanzo, dalla prima all’ultima pagina. Gli eventi narrati dal punto di vista di Katia sono legati a doppio filo alla figura di suo padre, uomo che decide volutamente di parlare poco o niente con le figlie della sua ideologia antifascista. La cornice del romanzo è ben caratterizzata, in uno spaccato molto dettagliato di una Berlino Est che attraversa ben quattro decenni, fino ad arrivare alla caduta del muro. Ma c’è un ma: la protagonista. Se, da un lato, il romanzo scorre e ha uno stile piuttosto piacevole, è il tono e la prospettiva della stessa Katia ad appiattire tutto, complice la sua attitudine passiva alla vita che emerge in special modo dall’adolescenza in poi. Pur compiendo un atto coraggioso, fuggendo illegalmente per amore, Katia è vittima della sua immobilità: è un’infelice che non fa niente per cambiare le cose, spettatrice della vita che aveva tanto sognato, ma che poi finisce per ritorcersi contro di lei. Altro neo non indifferente è il finale: sebbene nelle ultime pagine l’autrice sia riuscita a creare un discreto climax, riallacciando Katia a suo padre, il tutto si perde nell’ultima pagina, talmente insignificante da non sembrare nemmeno un finale. In conclusione, un romanzo che avrebbe potuto raggiungere vette molto più alte con una protagonista più riuscita. E più decisa.