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Cose che succedono la notte

Un uomo e una donna viaggiano su un treno, unici passeggeri di una piccola carrozza rivestita in legno che sembra venire direttamente dal secolo precedente. Viaggiano da giorni, verso un Paese dell’estremo Nord Europa. Viaggiano verso un sogno da realizzare, ma, più prosaicamente, la loro destinazione è il Borgarfjaroasysla Grand Imperial Hotel, a Furuhjalli. Una hall immensa, deserta, buia, l’unica forma di vita sembra provenire dalla tenda di perline in fondo alla sala, da cui filtra una luce rossa. È il bar dell’hotel, dove l’uomo decide di andare mentre sua moglie dorme finalmente al caldo di una trapunta di stoffa dorata. “Ha provato l’acquavite del posto? È fatta con i licheni; so che suona terribile, ma non lo è, glielo assicuro, è una delle acquaviti più gradevoli che io conosca”. A parlare è una donna seduta sull’ultimo sgabello del bancone. Si chiama Livia Pinheiro-Rima, è la cantante del piano bar, ha un’età indefinita, forse sopra i settant’anni, e la sua sensualità è “esplicita e sconcertante”. Vestito nero di paillette iridescenti, capelli argento raccolti in un sofisticato chignon, pelle diafana, labbra rosso scuro. “Mi permetta di sedermi accanto a lei, perché so che lei non verrà accanto a me ed è veramente assurdo stare a tanta distanza l’uno dall’altra”. A Furuhjalli le persone vengono solo per due motivi: “È qui per il guaritore o per l’orfanotrofio?” gli chiede...

Tra il bar, la camera d’albergo, la casa di un santone e un orfanotrofio si svolge l’ultimo romanzo di Peter Cameron. Inutile cercare di geolocalizzare il paese di Furuhjalli: la città in cui lo scrittore americano ha deciso di portarci non esiste. Non è l’Islanda, non è la Finlandia, non è la Norvegia, tantomeno la Svezia. È il nord. Anzi, la quintessenza di quello che immaginiamo quando pensiamo al Nord: il silenzio, il buio, la neve, il vapore emesso dal nostro respiro. Inutile aspettare il momento in cui il nome dei due protagonisti ci verrà svelato: non arriverà. Saranno sempre e solo un uomo e una donna. Anche qui: la quintessenza di una coppia, in uno di quei crocevia illogici, in cui il momento più buio della loro storia coincide paradossalmente con quello che potrebbe essere il più bello. Un lussuoso albergo, la neve tutto intorno, le ambientazioni notturne, le figure enigmatiche, gli eventi surreali. La mente rimbalza da Shining ad Eyes wide shut. Non so perché (nulla della trama di questo romanzo ha minimamente a che fare con la follia e la lussuria dei due film citati) ma immagino che se Kubrick fosse vivo chiederebbe i diritti alla Catapult (la casa editrice di questo romanzo) per poterne fare un film: immagino gli attori, vedo chiaramente la posizione di Livia Pinheiro-Rima, la sua pelliccia, il bar, le mani eleganti, la piccola luce arancione emessa dalla sua sigaretta. Cameron, che ci ha abituato ad atmosfere di luce soffusa, polverosa, rarefatta, ma pur sempre luce, questa volta ha intinto la punta della penna nell’inchiostro più scuro che potesse trovare, dando vita a uno dei personaggi più disperati, duri e reali che sia dato incontrare nelle pagine di un romanzo. La rabbia, il sarcasmo e l’irrazionalità della donna protagonista, malata di cancro, soffocano il cuore e rendono questo libro oscuro e, onestamente, duro da leggere, sebbene pieno di quella grazia, eleganza e raffinatezza tipiche della scrittura di Cameron. Un doloroso acquerello in colore nero e sfumature di grigio. Ma noi speriamo che torni presto quella luce dorata.