Cuori scuri

Cuori scuri

Un messaggio via Facebook, giunto probabilmente da un profilo fake perché il nome gli risulta sconosciuto (e anche un po’ strano, Jente Paenbenk), senza foto né amici, chiede a Jay pensieri, sorrisi e ricordi. E se per il momento lui non sa con chi sta chattando, la mente lo riporta a 25 anni prima. È il 1992 e lui è a Parigi, è un americano a Parigi che vive senza sapere una parola di francese e con una baguette al giorno per cinque franchi (all’incirca un dollaro). È proprio la boulangerie, classica panetteria francese, ad attirare la sua attenzione, sostenendo che qui si prende in considerazione il pane come in America le armi e come i cristiani tengono in considerazione le preghiere. Ma non è solo questo. C’è anche il fatto che baguette, pasticcini, pain au chocolat a lui piacciono per gusto, odore, aspetto e sensazioni che regalano. L’unica cosa che proprio non gli va giù è il non essere trattato con la giusta cortesia nella boulangerie sotto casa, in rue Saint-Placide, quella con l’insegna blu. Sì, è vero che i francesi non vedono di buon occhio gli americani, ma la coppia di anziani proprietari è distaccata, fredda, nonostante i suoi sforzi di parlare francese. E non rispondono mai alle tante domande che lui pone loro, a differenza di quello che fanno con gli altri clienti. Nel suo appartamento, che condivide con Louis, quando sulla maniglia della porta vede legata una sciarpa rossa, sa che non deve avvicinarsi. È il segnale che Louis è dentro con qualcuno e Jay, allora, si allontana, ma spesso si risveglia sotto un albero, dove si è addormentato, stanco di aspettare...

Passato e presente, alcol, sesso e poi ancora alcol, cocaina, qualche romanzo letto (perché quelli scritti, per lo più, sono finiti distrutti, o meglio, “annegati” nella Senna) nel suo periodo parigino da “ragazzo dei taccuini”. E poi ancora alcol e droga, in una varietà di vita che annoierebbe anche la persona più metodica e scarsamente dotata di idee. Per fortuna ci sono le opere d’arte, anche se in realtà insegnano poco. Una vita squallida che lascia interdetti, con Parigi che fa da sfondo a vomito e perdita dei sensi, a risse e a scopate fini a se stesse, di quelle cioè di cui il giorno dopo non ti ricordi più né il nome, né la faccia. Ma poi c’è lei, il trait d’union fra la Parigi del 1992 e la Los Angeles del 2017, l’amore vero, cattivo, feroce, devastante, ma bellissimo e che lascia il segno (in tutti i sensi). Estremamente efficace lo stile, ossessivo quasi, come lo sono certe cose, certe passioni, a volte paranoico e ripetitivo, che porta all’autodistruzione perché il concetto è “bello e artista uguale a dannato”, con quell’inquietudine che porta al degrado totale, in barba alle frequentazioni di chiese e pensieri legati a Dio, continuamente cercato e al tempo stesso rifiutato e rinnegato e a volte anche giudicato. Sicuramente James Frey è uno degli autori più controversi di questo periodo e a far discutere c'è riuscito anche questa volta. Anche se alla fine, tutto cambia.



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