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Curdi

Curdi

Il complesso sistema di equazioni politiche, militari, economiche e culturali che chiamiamo Medio Oriente non può essere risolto del tutto, senza prima aver trovato la soluzione all’equazione dei curdi. Un’equazione con almeno quattro incognite da sciogliere, una per ogni paese in cui il popolo curdo è diviso: Turchia, Iran, Iraq e Siria, in ordine decrescente di popolazione curda. La storia di questo composito e diversificato gruppo etnico, diviso al suo interno in gruppi con lingue, sogni politici e aspirazioni diverse, deve per forza di cose seguire questi quattro sentieri intrecciati, ognuno dei quali sembra comunque portare lontano dal sogno dei curdi: che si chiami indipendenza o autonomia. Sì perché da quando, poco dopo la Prima guerra mondiale, dalle ceneri dell’Impero Ottomano vennero creati gli attuali Stati mediorientali, tracciando confini che rispecchiavano gli interessi coloniali europei più che la coerenza etnico demografica della regione, i curdi sono attraversati e segnati da quelle linee di confine che ne separano la storia, oltre che la geografia. Nel secolo che corre da quegli eventi fino a noi, i focolai di rivolta dei curdi si sono accesi e spenti a intermittenza in ognuno dei quattro angoli di Kurdistan, sempre repressi, sedati, schiacciati con violenza. In ognuno di questi quattro lembi di territorio, i tre nazionalismi dominanti della regione (quello turco, quello arabo e quello persiano) hanno elaborato teorie e messo in campo provvedimenti volti a svuotare di consistenza il senso di appartenenza all’identità curda. In Turchia, fino a pochi lustri fa, i curdi semplicemente non esistevano, non erano altro che turchi “in divenire, in formazione”: bisognava trasformarli in turchi a tutto tondo e assimilarli. In Siria e in Iraq le zone curde andavano scomposte, ripopolate di genti arabe fedeli ai regimi nazionali. Se necessario anche con violenza spietata: Ali Hassan Al-Majid soprannominato “il chimico”, già ministro dell’Interno di Saddam Hussein, alla fine degli anni ’80 gassò circa 100.000 curdi, in quello che è ormai riconosciuto internazionalmente come un genocidio. La storia dei curdi è fatta di mille contraddizioni, di ascese e cadute, di successi eroici e di fallimenti rovinosi. Nel decennio che ci accingiamo a concludere, i curdi hanno probabilmente toccato le vette di popolarità internazionale più alte della loro storia e sfiorato la realizzazione di quel sogno, ormai incubo, che coccolano da cento anni. Nel 2015 la pace e la fine della quarantennale lotta armata dei curdi del PKK e lo stato turco sembravano vicine; il partito curdo in Turchia sembrava finalmente solido al punto da poter condurre la lotta esclusivamente per le vie democratiche. Nel settembre 2017, i curdi iracheni, in un referendum, votavano in massa a favore dell’indipendenza. Nell’ottobre dello stesso anno, i curdi siriani liberavano Raqqa, la capitale dello Stato Islamico, e consolidavano sia il proprio dominio territoriale nel nord della Siria, sia la loro reputazione di alleati affidabili dell’Occidente. Tutti questi momenti apicali, promettenti, sono presto precipitati, trasformandosi in dolorose sconfitte. Storia dei nostri giorni…

Non sono molti gli strumenti in lingua italiana per approfondire la questione curda, e questo Curdi è senz’altro uno dei migliori. Antonella de Biasi, oltre alla curatela, firma il capitolo sui curdi in Turchia e quello dedicato alle donne. Giovanni Caputo firma un affilato ed efficacissimo sunto della questione dei curdi in Siria, quella che, qui da noi, negli ultimi anni, ha conquistato gli onori delle cronache. Kamal Chomani firma il capitolo sui curdi iracheni, quelli più vicini a realizzare il vagheggiato sogno di uno stato. Infine, Nicola Pedde fa luce sul pezzo di Kurdistan meno conosciuto in occidente, quello iraniano. Il libro è anche impreziosito in apertura da un eccellente apparato cartografico e fotografico. Sono tante le questioni che emergono da questo volume e che non possono essere discusse nello spazio di una recensione. Dalla geopolitica dei curdi, seduti su uno dei territori più ricchi di risorse energetiche di tutto il Medio Oriente, alla loro filosofia politica: nazionalismo? Autonomia? Confederalismo democratico? Dalla rivoluzione femminista delle seguaci di Öcalan, alle ragazze “suicidate” nel sud est della Turchia. Dalla distruzione del patrimonio storico-ambientale, alla repressione culturale. Per non parlare poi delle traiettorie future: potrà davvero mai realizzarsi il sogno di un Kurdistan indipendente? Potranno i curdi raggiungere i diritti civili e sociali che gli sono negati? Sapranno organizzare una capacità di lobbying tale da convincere finalmente una qualche forza internazionale a supportare le loro aspirazioni? Insomma c’è pane per i denti dei curiosi e per chi vuole approfondire una delle storie nazionali più tragiche e interessanti del nostro tempo.