Dall’esistenza all’esistente

Dall’esistenza all’esistente

La difficoltà di tracciare una linea di demarcazione tra l’esistente e l’esistenza nasce inevitabilmente dal fatto che i due termini non risultano indipendenti l’uno dall’altro. Tale impresa risulta evidente dalla constatazione che “L’essente ha già fatto un patto con l’essere; non possiamo isolarlo. Esso è. Esercita già sull’essere lo stesso dominio che il soggetto esercita sull’attributo”. Dunque: ciò che esiste, l’individuo, il genere, la collettività, sono esseri designati da sostantivi e dunque soggetti, mentre l’evento della loro esistenza è oggetto che si impone alla meditazione filosofica. Tuttavia questo rapporto rivela anche la consapevolezza che la linea di contatto tra i due termini resti in ogni caso aperta. Ed è in questo angusto varco che il filosofo francese decide di incunearsi. Egli sospinge il pensiero ad affacciarsi sull’abisso del verbo esistere, di cui sembra non si possa dire nulla se non che diventa intelligibile solo nel suo participio “l’esistente”, per affermare che nella difficoltà di definire quale sia la categoria per cui l’esistenza appartenga all’esistente il segno del carattere impersonale dell’esistente. Esso acquista significato solo in relazione all’altro, cioè attraverso una comunicazione interumana nella quale l’altro non viene assimilato, di cui non ci si può appropriare in alcun modo, perché irrimediabilmente sfugge e non ha alcun comun denominatore. Il nostro rapporto col mondo, prima ancora di essere un rapporto con le cose, è un rapporto con l’altro. È un rapporto prioritario, che, invece, la tradizione metafisica occidentale ha occultato, cercando di assorbire e identificare l’altro a sé, spogliandolo della sua alterità. Ciò è stato fatto privilegiando l’essere, cioè la realtà nel suo aspetto generalissimo, in cui vengono a smarrirsi le differenze, le individualità, che sono, invece, irriducibili le une alle altre…

Di tempo ne abbiamo in questo periodo di guai. E siccome le parole della filosofia attuale sembra non riescano a leggere il presente, perché allora non rileggere ad esempio Emmanuel Lévinas, filosofo lituano naturalizzato francese nato a Kaunas nel 1905 da una famiglia ebrea e deceduto a Parigi nel 1995, dopo aver insegnato in alcune tra le più prestigiose università francesi tra cui la Sorbona? E tra i suoi scritti, perché non cominciare da un testo breve ma fondamentale quale Dall’esistenza all’esistente, ora riproposto al lettore italiano dall’editore Marietti 1820, coadiuvati dall’accurata e illuminante prefazione redatta dall’illustre firma di Pier Aldo Rovatti? Si tratta di un testo scritto quasi interamente durante il periodo di reclusione in un campo di concentramento e pubblicato per la prima volta nel 1947, anche se un pieno e meritato riconoscimento dell’opera verrà decretato in epoca esistenzialista in seguito alla sua terza edizione. L’opera segna uno snodo importante nell’evoluzione dell’attività di Lévinas, perché in esso vengono enunciati per la prima volta i principi del suo pensiero filosofico, dopo i saggi critici dedicati ad Edmund Husserl e a Martin Heidegger nel corso degli anni Trenta. Vero e proprio controcanto a Essere e tempo di Heidegger, il libro reca in dote al lettore la ricerca di un’etica in cui la filosofia si apre alla trascendenza metafisica in opposizione al ripiegamento in una speculazione ontologica che preclude alla luminosità del pensiero di diffondersi in uno spazio esistenziale che comporta una necessaria regressione della soggettività autarchica e chiusa.



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