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Dallo stesso deserto, nella stessa notte

Africa orientale. Sotto una tenda, nel deserto, un giovane uomo, un francese, beve un bicchiere di Chianti dopo l’altro e racconta la sua vita a un altro uomo, un italiano. La cena tra i due è ormai finita, il giovane uomo si racconta come non ha mai fatto prima. Una notte, intime confidenze. È stato poeta, e prima ancora è stato un bambino sofferente. Ha accumulato sofferenza, fino a sentire di voler evadere, distruggere, bruciare. Scriveva versi, e quei versi piacevano. Paul Verlaine lo adottò subito come il suo prediletto, lo amava. Lui era Arthur Rimbaud. Divenne poeta, poeta di fama precoce, e venne il giorno in cui abbandonò quell’identità per venire in Africa, lontano dalla società parigina, l’Europa, la fama, nudo, senza nome, mercante mercenario a trattare armi e denari alla corte di Menelik, in mezzo a tanti altri un po’ mercanti, un po’ diplomatici, un po’ esploratori, “per forza di cose”. Com’era, quel Rimbaud senza più nome? Rude, risoluto, eppure non privo di “noncurante eleganza”. Disincanto nel turchino degli occhi, la pelle combusta dal sole. “Ah, non avrò più voglie / è la vita che mi toglie / è tutto passato / oggi so salutare la bellezza”. Chi è l’uomo giovane e vecchio e stantio che si racconta in questa notte, in questo deserto? Cosa si è lasciato dietro?

Dionisio di Francescantonio si inventa agente e mercante in terra d’Africa per narrare l’incontro – evocato, immaginato, narrato – con Arthur Rimbaud, fuggito agli onori e alle illusioni della società letteraria per assumere nuove fumose identità. L’io narrante inscena e si inscena, apparecchia la narrazione la tavola riccamente imbandita sotto una tenda per incontrare il poeta che stima, che insegue, da cui è profondamente turbato, con il quale condivide la fuga da un mondo stantio, scontato, consumato - “un profondo senso di ennui” verso tutto ciò che lo circondava e il desiderio “di evadere in un altrove nuovo e sconosciuto”; il giovane poeta che in una sola raccolta di versi, scritti prima dei vent’anni, ha versato lacrime del cuore di una profondità sconcertante, e poi si è eclissato nel deserto africano, l’Africa che lo attraeva perché così lontana, così diversa. Il contesto dei mercanti, di Menelik, dei rapporti Italia-Abissinia appare come un lineare pretesto a quell’episodio, la cena durante la quale Rimbaud racconta di sé, fissa nel suo interlocutore gli occhi “abissi di tenebra insondabile”. Di Francescantonio ha raccolto esperienze da scrittore, fotografo e pittore, è autore di alti due romanzi e una silloge di racconti. Qui racconta su tutto la sintonia con l’evasione di Rimbaud, l’attrazione per gli strati profondi della coscienza del poeta che appaiono fugaci, sussurri all’orecchio, in una notte in mezzo al deserto.