Dammi la mano

Dammi la mano

Kit in fondo ha sempre saputo che un giorno o l’altro la sua strada e quella di Diane si sarebbero nuovamente intrecciate, e pertanto non è stupita quando fra tutti i laboratori che esistono al mondo se la ritrova dinnanzi come neoassunta proprio in quello dove lavora anche lei: è come se loro due, cospiratrici, complici, gemelle siamesi legate in un punto invisibile agli occhi di tutti, con ogni probabilità anche ai loro stessi, fossero una sorta di mostruosa creatura a tre gambe. Del resto ciò che le lega è qualcosa di assolutamente torbido, che nessun altro a parte loro conosce, una storia potente, inestricabile, proteiforme, che si sono raccontate tante volte. Non sanno di fatto niente di particolarmente significativo l’una dell’altra, non conoscono nulla delle cose reciproche che di norma le amiche sanno, a parte la vicenda che dà un senso malato a ogni cosa. Sono state amiche per poco e molto tempo fa. Sono passati dodici anni, loro ne avevano diciassette, sono al liceo: una sera, a casa di Kit, anzi, in quella della madre, piccola tanto da rendere impossibile la privacy, strapiena di cose, sempre intrisa di disinfettante, straboccante di animali raccolti per strada, Kit vede Diane strana. Diane si fa forza e chiede all’amica se pensa davvero quello che ha detto in classe poche ore prima, cioè che Claudio, il personaggio dell’Amleto, che uccide il fratello per ottenere ciò che vuole, non ha una coscienza, e le domanda se pensa che sia possibile che anche nel mondo reale qualcuno non abbia coscienza. Kit si spaventa. Pensa che qualcuno abbia fatto qualcosa a Diane, qualcosa di male. Le chiede se è incinta. Ma non è niente di tutto questo. È qualcosa di peggio. È qualcosa che ha fatto Diane…

Megan Abbott, dottoressa di ricerca, saggista, docente, romanziera di chiara fama già insignita di numerosi riconoscimenti, ha esordito poco più che trentenne circa quindici anni fa con un’opera, Morire un po’, dichiaratamente ispirata dalla lettura di Jeffrey Eugenides, illustre narratore come lei originario di una delle città più simboliche d’America, soprattutto per quel che concerne i temi del lavoro e dei diritti civili, ossia Detroit – classe 1960, ha vinto nel 2003 nientedimeno che il Premio Pulitzer per Middlesex. La Abbott è anche cosceneggiatrice di alcuni episodi dell’ottima serie TV della HBO The Deuce – La via del porno, con Maggie Gyllenhaal e il sempre valido James Franco, anche lui, tra le mille doti che possiede, scrittore di grandissimo talento (si pensi solo a Il manifesto degli attori anonimi). La protagonista di Dammi la mano, nel quale sono riconoscibili accenti che ricordano la miglior Joyce Carol Oates, è Kit, una vera e propria self made woman (e del resto il modello americano è quello): una ricercatrice brillante che si è costruita una carriera e che ai tempi del liceo aveva un’ottima amica/rivale da cui però si è bruscamente allontanata per sempre dopo pochi mesi in seguito a una confessione che costei le aveva fatto sull’azione più terribile mai compiuta. Il nome di questa donna è Diane. Che naturalmente d’improvviso viene assunta nello stesso laboratorio di Kit. Solo che stavolta è lei a conoscere un segreto. Che può distruggere tutto… Il male è ovunque, e si annida proprio nell’ombra, e là dove non ce lo aspettiamo: per questo è in grado di colpirci, ferirci, rovinarci l’esistenza. È da questo spunto, assai veridico, che con una prosa mozzafiato che non ha passaggi a vuoto, non lascia nulla al caso e incolla alla pagina dalla prima all’ultima parola delle tre parti in cui il romanzo, caratterizzato con precisione mai ridondante, e che si muove con souplesse attraverso lo spazio e soprattutto il tempo, Megan Abbott prende le mosse, induce alla riflessione, coinvolge e travolge.



0

Pubblicità

 

Pubblicità

 

PUBBLICITÀ

 

PUBBLICITÀ

 

PUBBLICITÀ

 

PUBBLICITÀ

 

PUBBLICITÀ

 

Potrebbero piacerti anche

Il nostro sito utilizza i cookie ACCETTO
Se vuoi saperne di più COOKIE POLICY

I NOSTRI PARTNER