Daniele De Rossi o dell’amore reciproco

“La storia di De Rossi è anche la storia di tutti i tifosi della Roma negli ultimi diciotto anni”. I tifosi lo hanno amato (e lo amano), lui ha amato i tifosi (e li amerà sempre, come ha scritto nel suo messaggio d’addio) e sia lui che loro hanno amato la Roma, con uguale intensità. È forse per questo che Daniele De Rossi è un calciatore sui generis, una delle pochissime “bandiere” del calcio moderno, ultrà e capitano al tempo stesso, “io in campo”, come recitava un memorabile striscione esposto in curva sud. È nato poche settimane dopo il secondo scudetto, il 24 luglio 1983, “in una città ancora in festa”. E ha esordito in prima squadra qualche mese dopo il terzo scudetto, nel 2001. Diciotto anni di serie A nella società capitolina, 616 partite ufficiali (è il secondo nella classifica di presenze all time dopo Francesco Totti) con purtroppo solo due Coppe Italia e una Supercoppa vinte, nove secondi posti, un paio di scudetti scippati ma in compenso un Europeo Under 21 e un Mondiale (quello del 2006) con la Nazionale, con la quale ha segnato la cifra incredibile di 21 goal. Figlio dell’allenatore della Primavera della Roma, stimatissimo tecnico ma precedentemente calciatore di serie minori, fino ai sedici anni gioca da ala e trequartista ma non pare affatto un predestinato né avere qualità tecniche particolari. Tanto che qualcuno pensa di lui che è soltanto un raccomandato. È Mauro Bencivenga ad avere l’intuizione di arretrarlo a centrocampo (“Se ti dicessi che appena l’ho visto ho capito che sarebbe diventato quello che è ti direi una stronzata”) e Daniele esplode: sembra nato per pattugliare la mediana, rubare palloni, smistarli o ribaltare l’azione, il tutto con una “tigna” infinita e con un gran tiro da fuori area. Il 30 ottobre 2001 Fabio Capello, che già da qualche mese lo aggrega alla prima squadra, lo fa esordire direttamente in Champions League, contro l’Anderlecht. Chi fra noi avrebbe detto che quel diciottenne con il caschetto biondo (!?) sarebbe diventato in breve una leggenda romanista, un capitano?

Impresa tutt’altro che facile e anzi ricca di insidie, quella di recensire un libro dedicato al calciatore che più di tutti si è amato e stimato, molto più dell’icona Totti. Fuoriclasse straordinario quest’ultimo, ma forse troppo disimpegnato, naif, in un certo senso infantile: azzeccatissimo infatti il soprannome “pupone” che gli è stato affibbiato nella Capitale ai suoi esordi. Se Totti è un romano e romanista inconsapevole, si limita a essere quello che è con spontaneità e faccia tosta, Daniele De Rossi, ovvero DDR, è romano e romanista consapevolmente, portabandiera fiero – sebbene in grado di riconoscere anche i limiti e i difetti della propria appartenenza – di un popolo, della sua cultura e del suo modo di essere. Ma l’oggetto di tanta ammirazione è così popolare e interessante anche al di fuori di Roma? E se sì, siamo davvero capaci di guardare alla sua personalità e alla sua carriera (non priva di ombre, soprattutto legate alla sua rissosità) con il distacco necessario? Come viene percepito “dai nemici” il nostro “guerriero” che più di tutti si è distinto nella mischia? Lo straordinario contrasto tra la sua riflessività e cavalleria, l’eloquio quasi colto da una parte e l’irruenza selvaggia, la simpatia sempre dichiarata per la mentalità ultras dall’altra risulta così affascinante anche agli altri o lo è invece solo per noi? Ma impresa ancor più difficile era scriverlo, questo libro. Lo ha fatto un altro Daniele, Manusia, Editor in chief e fondatore de l’Ultimo Uomo (una delle webzine sullo sport più interessanti in circolazione) assieme a Emanuele Atturo e Timothy Small. Fortunatamente, Manusia in questa “bio non autorizzata” – l’autore in uno dei primi capitoli spiega di non conoscere personalmente De Rossi, di non averci mai parlato – procede in modo lineare, ripercorrendo la carriera del centrocampista senza svelare nessun retroscena (o almeno nessuno che non fosse già noto) ed evitando con cura toni agiografici, aulici o retorici. Si tratta di un’operazione insomma molto diversa, anche letterariamente, da quella fatta da Tonino Cagnucci, editorialista de “Il Romanista” nel 2009 con il suo Daniele De Rossi – Il mare di Roma e per questo i due libri non si sovrappongono, non competono, l’uno non esclude l’altro. Per motivi che ignoro, Manusia sceglie di sorvolare sul celebre – e per certi versi famigerato – articolo di Carlo Bonini e Marco Mensurati pubblicato da “la Repubblica” a fine maggio 2019 sulla presunta “congiura” guidata da De Rossi nel 2018 contro l’allora allenatore della Roma Eusebio Di Francesco, il Direttore sportivo spagnolo Monchi e lo stesso Totti. Una scelta più che legittima (peraltro DDR ha espresso a suo tempo indignazione per l’articolo, smentendo la ricostruzione dei fatti come ridicola, oltre che spudoratamente falsa) che forse sarebbe stato giusto spiegare, perché è senz’altro motivata, non è certo una dimenticanza. In ogni caso non si tratta certo di qualcosa che può inficiare il lavoro di Manusia, molto piacevole soprattutto quando mette in parallelo la sua giovinezza romana e quella – immaginata – del calciatore di Ostia, cercando di indovinarne gusti e abitudini. Una cronaca dei primi (quasi) quarant’anni di Daniele De Rossi, con la speranza che anche i suoi secondi quarant’anni siano altrettanto leggendari per i tifosi della Roma.



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