Delitto alle saline

Mario Ventura – il commissario Mario Ventura – ha scelto di tornare a Marina di Ragusa. Lì conduce la sua tranquilla vita di pensionato, avendo parzialmente domato tutti i giovanili istinti e le giovanili passioni: indomiti restano solo l’indole e il fiuto del poliziotto. E infatti non appena viene a conoscenza del morto ritrovato nelle saline, intuisce subito che non può trattarsi di una morte per overdose e che dietro l’omicidio c’è una rete di relazioni e di connessioni tipiche del territorio. L’autopsia fa emergere un foro da proiettile alla testa, e la scena del delitto non convince affatto Ventura: ma lui è ormai un pensionato. Il maresciallo Beninata, invece, non solo non è in pensione ma ha bisogno di condurre un’indagine “vincente” per poter aspirare alla ambita promozione ad ufficiale dei carabinieri: è per questa ragione che Beninata si rivolge a Ventura e gli chiede di collaborare, con discrezione, alle indagini. Purtroppo la vittima dell’omicidio è il rampollo di una delle più ricche e più in vista famiglie d’imprenditori del ragusano, e gli ambienti intorno al morto e intorno all’impresa locale, con il cauto silenzio della politica di territorio e l’omertosa atmosfera degli abitanti del luogo, non facilitano certo l’emersione della verità. Ma, si sa, Ventura non è uno che va tanto per il sottile: segue persone, forza domicili e trafuga file da computer, corrompe persone, ne raggira altre: e però il suo fiuto non sbaglia. Mentre, come un bracco sulle tracce dell’osso, annusa intorno, stringe amicizia e complicità con un ragazzo che gli fa da braccio destro nelle “indagini” parallele, suscitando l’ira della madre che vede ridotto il proprio figlio a compiere azioni sempre al limite della legalità. E se i primi indizi che si offrono al detective portano dritti ad un omicidio passionale (non raro in certi luoghi), il sesto senso di Ventura lo fa propendere per un reticolato di relazioni assai più complesse e compromettenti: giri di mazzette per appalti truccati, corruzione e collusione tra mafia (senza mai pronunciare la parola) e politica come nella provincia “babba” non si era ancora mai vista. Infine, proprio uno dei più acerrimi nemici personali di Ventura sarà l’involontario riscatto del commissario, un riscatto che con furbizia e tempestiva determinazione l’ex poliziotto si sarà guadagnato con brillanti intuizioni e fine fiuto di segugio…

Inutile precisarlo: il commissario Ventura, che nel precedente episodio avevamo visto in azione presso i castelli romani, negli ambienti della Sicilia meridionale (tra “Marinella” di Punta Secca e una Vigata che, in televisione molto assomiglia a Modica) non assomiglia affatto al suo fratello più grande, Salvo Montalbano. No, Ventura ha un retroterra esistenziale più doloroso e dolorante, è più solo (non single, ma solo), e non ha più doveri istituzionali. Non ha legami locali, non conosce giornalisti TV e, soprattutto, non ha la possibilità che da ultimo ha avuto il collega di Vigata: parlare con il suo autore. Mario Ventura è una creatura a sé stante, un personaggio che non cerca l’autore (perché è già completo così), e soprattutto è un personaggio fatto di parole, di lingua, di stile e di sintassi: parole esatte, lingua efficace, stile diretto e senza ricercatezze inutili, una sintassi sempre al passo con il plot che si dipana nelle pagine. Insomma, ci sono tutti gli ingredienti e gli strumenti del romanzo giallo, ben scritto e ben costruito nel segno di una maturità narrativa pienamente raggiunta. Peccato che l’autore non sia nato negli stessi ‘luoghi linguistici’ del suo personaggio!

 


 

0

Pubblicità

 

Pubblicità

 

PUBBLICITÀ

 

PUBBLICITÀ

 

PUBBLICITÀ

 

PUBBLICITÀ

 

PUBBLICITÀ

 

Potrebbero piacerti anche

Il nostro sito utilizza i cookie ACCETTO
Se vuoi saperne di più COOKIE POLICY

I NOSTRI PARTNER