Denti di leone

Denti di leone

Ineko, giovane e bella, viene lasciata dalla madre e dal fidanzato Kuno nella famosa clinica per malattie mentali di Ikuta, città famosa per la distesa di gialli denti di leone che la avvolge. Kuno è contrario alla scelta della madre di Ineko di chiuderla in manicomio. Lui vorrebbe sposarla e aiutarla a guarire dalla sua malattia che le impedisce di vedere la persona amata, ma la madre è convinta che se non guarirà non sarebbe giusto per lui sposare una malata di mente, anche se lieve. Su insistenza di Kuno, invece di fare subito ritorno a Tokio, i due si fermano a Ikuta in un albergo per ritornare l’indomani a vedere come sta la ragazza. Nelle ventiquattro ore passate insieme i due parlano a lungo e ripercorrono i fatti più tragici della vita di Ineko, alla ricerca di un motivo che avvalori la tesi proposta sull’origine del suo male...

Denti di leone è l’ultimo romanzo dello scrittore giapponese Yasunari Kawabata, Premio Nobel per la letteratura nel 1968. Uscito a puntate sulla rivista letteraria “Shincho”, fu pubblicato dopo la morte di Kawabata nella stessa rivista dal genero, che ne aveva curato l’editing. L’ultima stesura del romanzo risale al 1972, qualche tempo prima del suicidio dello scrittore. La storia alla base del romanzo è davvero esile. I fatti che si svolgono sono pochi e su di essi si stratificano le narrazioni dei ricordi e dei ragionamenti fatti dai due personaggi su tali eventi. Il romanzo si basa sui dialoghi, spesso ripetitivi ed elucubranti, che avvengono tra la madre di Ineko e il fidanzato di lei, Kuno, e tra madre e figlia. I dialoghi però non sembrano avere risultati chiarificatori, o portare ad alcuna mediazione tra le diverse idee o punti di vista, al contrario la comunicazione sembra diventare sempre più inesistente e persino vacua fino a trasformarsi in una pedante ripetizione degli stessi concetti, uno scambio di pensieri che sembrano quasi quelli dei folli. Il paesaggio al contrario è splendido, fiorito, imponente, saldo. È la madre che sembra essere l’origine di ogni pazzia. Il suo argomentare incessante e ripetitivo, le domande reiterate ed estranianti, confondono i pensieri della figlia e del genero e originano il loro senso di disorientamento e smarrimento. È lei che gestisce il senso di colpa e decide di portare Ineko in manicomio, impedendo il matrimonio tanto desiderato dai due giovani. La donna sembra negare all’amore la possibilità di sanare le ferite della vita, di curare le malattie dell’anima. Lei, che fa parte della generazione della guerra e del dolore che ha causato, impedisce al futuro di dare spazio alla soluzione verso il bene. La figura di Ineko non esiste in sé stessa, ma attraverso le parole di Kuno e della madre che parlano di lei in modi diversi e che delimitano la sua natura psichica attraverso i loro ricordi. Ineko è solo un’ombra, i rintocchi della campana del tempio. Lo stile della scrittura è asciutto ed equilibrato, costruito da frasi brevi. È solo una bozza non lavorata perché una malattia grave e la morte non permisero allo scrittore di portare a termine il suo lavoro di attenta riscrittura e controllo che lo resero meritevole del Nobel. Tra i dialoghi si insinua il narratore che esprime suoi giudizi e consegna delle massime. Il romanzo risulta lento e ripetitivo fino all’ossessione ma questo, in definitiva, potrebbe essere lo scopo narrativo dell’autore. La narrazione inizia e finisce in momenti privi di significato, non c’è un cambiamento che delimiti chiaramente l’inizio e la fine e vi sono anche delle incongruenze narrative. Se si sono letti i grandi capolavori di Kawabata, in questo romanzo si può scorgere solo un’ombra della abilità narrativa che lo ha reso senza dubbio il più grande scrittore giapponese del Novecento.



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